I fondi europei hanno contribuito all’accelerazione dei progetti di innovazione che ora rischiano di impantanarsi. Tanti i nodi critici a partire dalla mancanza di competenze qualificate
La spinta alla digitalizzazione e all’adozione di tecnologie “intelligenti” che si è registrata negli ultimi anni grazie alle risorse dell’Europa potrebbe subire una brusca frenata. In questo contesto, il 20% dei comuni italiani rischia di bloccarsi sulle strategie di smart city con la fine dei fondi del Pnrr il prossimo giugno. È questo il messaggio, decisamente sconfortante, emerso in occasione della presentazione dell’edizione aggiornata dell’Osservatorio Smart City del Politecnico di Milano. Stando alle ricognizioni dell’ateneo lombardo, il 76% dei Comuni ha utilizzato i fondi Pnrr per iniziative legate alle smart city nel biennio 2023-2025. Se si considerano solo le realtà con meno di 5mila abitanti si balza all’84%.
Il mercato delle smart city è arrivato a un valore di circa 1 miliardo di euro: mobilità intelligente e illuminazione pubblica sono le aree che hanno impegnato più risorse, per 400 milioni equamente ripartiti.
Ma a registrare la maggiore crescita sono stati i progetti di smart government, che hanno cubato 85 milioni pari a un aumento del 13%, e quelli destinati al monitoraggio ambientale e del territorio per un totale di circa 120 milioni e un salto del 10%. Accelerazione anche sul fronte della sicurezza e sorveglianza: gli investimenti sono aumentati del 7% raggiungendo circa 102 milioni. Stando alle previsioni del Politecnico, se è vero che dopo la fine del Pnrr la macchina pubblica in qualche modo si riorganizzerà, il passaggio dal dire al fare è tutto da capire. La maggior parte delle amministrazioni locali (l’85%) – emerge dall’Osservatorio- tenterà la strada dei fondi legati a bandi regionali, ma anche nazionali ed europei (quando saranno emanati e non si sa ancora per quali importi), mentre circa la metà (il 49%) si affiderà alle risorse interne (con disponibilità sempre più limitata).
Secondo i dati dell’Osservatorio gli investimenti nel biennio 2026-2027 riguarderanno per il 69% la sicurezza, per il 67% le comunità energetiche rinnovabili e per il 56% in servizi al cittadino. Il dato allarmante è che il 22% degli enti non ha idea di come muoversi e non ha elaborato alcuna strategia post-Pnrr. «Nel contesto post-Pnrr le città sono chiamate a reinventare l’innovazione urbana, trovando nuovi modelli e risorse per uno sviluppo sostenibile e condiviso», commenta il direttore dell’Osservatorio Smart City Giulio Salvadori. «Bisognerà garantire la continuità operativa delle infrastrutture e degli applicativi realizzati e assicurare la capacità di avviare nuovi progetti».
La fine del Pnnr rischia inoltre di far venire al pettine nodi annosi:
il 67% dei Comuni continua a fare i conti con la mancanza di personale qualificato e per il 52% le risorse economiche non sono sufficienti per un vero salto di qualità nell’innovazione.
Secondo la ricerca l’intelligenza artificiale può dare una mano in questo senso. «L’ai porta nelle amministrazioni una capacità inedita: non si limita ad elaborare dati e restituire analisi, ma è in grado di tradurli autonomamente in raccomandazioni operative, decisioni e azioni», spiega Matteo Risi, anch’egli direttore dell’Osservatorio Smart City. Le previsioni indicano che grazie all’intelligenza artificiale sarà possibile un ampliamento concreto delle possibilità operative, l’ottimizzazione dell’allocazione delle risorse, la personalizzazione dei servizi ai cittadini e anche l’anticipazione di criticità prima che si manifestino, oltre all’efficientamento dei processi amministrativi ad alta intensità manuale. «La vera sfida dell’ai non è tecnologica, ma di sistema – aggiunge Risi -. Servono etica, competenze e regole condivise, ma anche attenzione alla sostenibilità fisica. Il consumo di energia, acqua e suolo dei data center necessari per alimentarla è una contraddizione che le città smart non possono più eludere. Una regia consapevole deve saper leggere queste tensioni, integrando l’ambizione digitale con la tutela delle risorse del territorio».
Sulla questione di sovranità dei dati accende i riflettori Capgemini in uno studio dedicato ad approfondire i prossimi trend in tema smart city. «L’erogazione di servizi ai cittadini senza soluzione di continuità richiede che le informazioni fluiscano agevolmente tra le diverse entità cittadine. Ciò richiede il coinvolgimento di una moltitudine di stakeholder. L’innovazione collaborativa tra settore pubblico, privato e accademico, spesso estendendosi oltre i confini cittadini e nazionali, sta accelerando. È necessario un quadro affidabile, sicuro e sovrano per lo scambio di dati» si legge nel report con riferimento all’iniziativa “European data space for sustainable smart cities and communities” in cui viene fornito un quadro complessivo per contribuire alla creazione di ecosistemi federati in cui città e comunità possono condividere e arricchire i dati urbani.
Le smart city sono quindi da riprogettare: non devono più essere un insieme di sistemi scollegati, ma un unico organismo vivente. «Gli spazi dati sovrani – si legge nel report di Capgemini – forniscono i percorsi neurali affidabili che consentono ai dipartimenti cittadini, alle aziende di servizi, agli operatori e ai partner di condividere e utilizzare i dati senza perdere il controllo. Il gemello digitale funge da cervello, rilevando continuamente le condizioni attuali e simulando gli scenari futuri prima che vengano prese decisioni nel mondo reale. L’intelligenza artificiale agentiva diventa il sistema riflesso, automatizzando compiti complessi e interdisciplinari e coordinando le risposte alla velocità della macchina».
In copertina: Smart city – © Unsplash



