Le mostre fuori Biennale che ridisegnano la geografia dell’arte contemporanea
Nel 2026 Venezia appare come un organismo in espansione, una città che moltiplica la propria identità attraverso una costellazione di mostre che si accendono in parallelo a In Minor Keys, trasformando il paesaggio urbano in un sistema di intensità eterogenee. Non semplici eventi collaterali, ma traiettorie autonome che ampliano o deviano il tema ufficiale della 61ª Biennale d’Arte, offrendo prospettive divergenti sulla materia, sulla memoria, sulla percezione e sui sistemi culturali. In questo paesaggio, la mostra di Marina Abramović alle Gallerie dell’Accademia rappresenta un punto di gravità: Transforming Energy, prima retrospettiva dedicata a un’artista donna nella storia dell’istituzione, innesta la pratica performativa nel cuore del patrimonio rinascimentale veneziano, costruendo un dialogo serrato tra figura, energia e trascendenza. Dai Transitory objects attivati dal pubblico alle opere storiche come Imponderabilia, fino al confronto tra Pietà (con Ulay) e la Pietà di Tiziano, la rassegna mette in scena una metamorfosi materiale e spirituale, risuonando con la tradizione veneziana dei materiali preziosi e con l’idea di una presenza mai passiva.
Se Abramović lavora sulla trasmissione energetica, Anish Kapoor presenta una esposizione che esplicita la natura concettuale della sua ricerca: la scultura come interrogazione dello spazio, della percezione e del vuoto. I modelli architettonici esposti non sono semplici studi preparatori, ma strumenti di pensiero: forme che rendono visibile il passaggio dall’intuizione alla costruzione. Kapoor indaga ciò che precede la forma, ciò che la rende permeabile, capace di generare spazio anziché occuparlo. L’ingresso, dominato da una nuova versione monumentale di At the edge of the world, introduce questa logica: un volume sospeso che assorbe la luce e disorienta lo sguardo, trasformando la percezione in esperienza fisica. I grandi mirror works amplificano questa instabilità, mentre Descent into Limbo riattiva il tema centrale della sua poetica: il vuoto come materia attiva, come luogo di attrazione e di rischio. Le estrusioni cementizie di Ga Gu Ma, così come i lavori in Vantablack, approfondiscono la sua indagine sul colore come fenomeno percettivo e come spazio mentale. Palazzo Manfrin diviene un luogo in cui lo spazio è continuamente generato e messo in tensione.
Se Kapoor indaga ciò che precede la forma, Ama Venezia introduce con Aura un’altra declinazione della percezione: una riflessione sulla presenza e sulla relazione tra luoghi reali e immaginari. La mostra si apre con un nuovo lavoro di Ed Ruscha che mette in risonanza Venice Beach e Venezia, trasformando il tema dell’identità in un dialogo transatlantico. In contemporanea l’esperienza in totale oscurità di Kiss (Clean Version) di Tino Sehgal porta la percezione sul piano dell’immateriale, dove l’opera esiste solo nell’incontro. Aura conferma la vocazione di Ama Venezia a privilegiare intensità e durata dell’esperienza, più che la spettacolarità dell’oggetto.
Palazzo Diedo introduce un cambio di registro, spostando l’attenzione sulle infrastrutture invisibili che regolano la cultura contemporanea. Strange Rules, ideato da Mat Dryhurst, Holly Herndon e Hans Ulrich Obrist, mette in scena il concetto di Protocol Art, portando al centro dell’indagine algoritmi, modelli di intelligenza artificiale e protocolli informatici. L’edificio diventa un laboratorio attivo, attraversato dalla bioelettricità sperimentale di Michael Levin, dai sistemi evolutivi di Ken Stanley e dalla nuova commissione permanente di Philippe Parreno, che riconfigura lo spazio come una partitura vivente.
La pittura torna protagonista a Ca’ Pesaro, dove Jenny Saville costruisce un dialogo fisico e mentale con la tradizione veneziana: le sue figure stratificate e vulnerabili trasformano la superficie pittorica in un luogo di collisione tra interiorità e memoria, riaffermando la potenza della pittura come linguaggio capace di sostenere complessità emotive e corporee. Un’altra forma di interiorità emerge nella mostra dedicata a Matthew Wong, Interiors, che introduce un paesaggio più silenzioso: una soglia tra spazio mentale e spazio domestico, tra intimità e distanza.
Ai Magazzini del Sale, Nalini Malani con Of Woman Born costruisce uno spazio di animazione continua: un ambiente immersivo che intreccia miti, genealogie femminili e conflitti globali. La sua presenza si irradia nella città attraverso interventi luminosi e apparizioni effimere che trasformano facciate, ponti e superfici d’acqua in schermi temporanei: figure archetipiche, silhouettes in movimento, frammenti di miti che emergono e svaniscono, come se Venezia diventasse un palinsesto di memorie stratificate.
In questo stesso orizzonte urbano si inserisce il ritorno di Dale Chihuly con Chihuly: Venice 2026, una costellazione di tre nuove sculture monumentali affacciate sul Canal Grande e attive nel trasformare la luce veneziana in materia dinamica, amplificando il vocabolario formale dell’artista attraverso torsioni cromatiche e aggregazioni di elementi soffiati che mutano con la distanza dello sguardo. Opere che condensano decenni di sperimentazione e riportano in laguna l’energia originaria del progetto del 1996.
Eroi d’Oro è il titolo della mostra che la Fondazione Giorgio Cini dedica a Georg Baselitz: un capitolo finale della sua ricerca, completato poco prima della sua scomparsa. Su fondi d’oro privi di profondità, che richiamano icone medievali e la tradizione bizantina veneziana, emergono figure nude tracciate con linee sottili, spesso ispirate a Elke, sospese tra vulnerabilità e rigore. Gesti di colore improvvisi incrinano questa essenzialità, introducendo una tensione materica che dialoga con gli Eroi degli anni Sessanta e con le meditazioni sulla finitudine avviate con gli autoritratti di Avignone.
In copertina: Transforming Energy © Matteo de Fina



