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Kengo Kuma, Dynamo Pavillion, Oasy Contemporary Art ©Mattia Marasco

Sentieri d’Italia: viaggio nell’arte contemporanea in dialogo con la natura

Dalle foreste dell’Appennino alle rovine siciliane. Progetti immersivi che trasformano il paesaggio in un museo a cielo aperto


C’è un’Italia che non si visita solo con gli occhi, dove l’arte contemporanea si fonde con il paesaggio naturale e ne diventa parte integrante. Non musei tradizionali, ma percorsi esperienziali: cammini immersivi tra boschi, rovine e sculture monumentali, in cui l’opera non è oggetto da contemplare, ma compagna di viaggio e lente per osservare il mondo.

In questa geografia dell’incanto, Oasy Contemporary Art and Architecture (OCA) è solo una delle iniziative di un’arte che si fa luogo, rito e racconto. Nell’Oasi Dynamo, una riserva naturale sull’Appennino pistoiese a San Marcello Piteglio, OCA si raggiunge solo a piedi. Qui il paesaggio è cornice e protagonista di un itinerario ad anello che si apre con il Dynamo Pavilion di Kengo Kuma, una struttura leggera e intrecciata che danza tra gli alberi. Proseguendo, le parole di Mariangela Gualtieri e le linee di Michele De Lucchi si intrecciano nel progetto Nella terra il cielo, poetica riflessione sull’impermanenza.

C’è poi Fratelli Tutti di Matteo Thun, un cerchio di pietre che evoca l’unità spirituale tra uomo e natura, ed Erosions di Quayola, dove la pietra vulcanica viene modellata da algoritmi, fondendo gesto naturale e intelligenza artificiale. Alejandro Aravena invita a riflettere su come si abita un’opera, Pascale Marthine Tayou dissemina colori con la sua Plastic Bags, mentre David Svensson costruisce simboli di accoglienza globale. Non è una semplice mostra: è un organismo vivo, in continua trasformazione, che presto accoglierà anche nuove opere di Stefano Boeri, Diana Scherer, Eduardo Souto de Moura e altri maestri.

Inoltre, lo spazio espositivo ospita L’Arte è WOW!, a cura della Fondazione Arte Dynamo, una raccolta di opere nate da quindici anni di residenze artistiche con i bambini del Dynamo Camp. L’arte qui diventa incontro, gioco, e soprattutto cura.

Proseguendo verso sud, a Gibellina (Trapani) il Grande Cretto di Alberto Burri rappresenta uno dei più straordinari esempi di land art al mondo. Più che un’opera, è una cicatrice poetica: 86.000 mq di cemento bianco che ricalcano la mappa urbana della città siciliana distrutta dal terremoto del 1968. Camminare nel Cretto significa attraversare il vuoto della memoria, sentire la materia farsi lutto e rinascita. Burri non ha voluto costruire sopra le rovine, ma con esse, attraverso un gesto radicale, potente, che oggi trova nuova forza nella sua monumentalità silenziosa.

Più a est, nel cuore verde del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, Arteparco rinnova per l’ottavo anno consecutivo la sua promessa di arte nella natura. La nuova installazione, Stasis di Velasco Vitali, è un lupo appenninico che si erge sopra una colonna di quercia, come gli antichi stiliti: un invito alla contemplazione e all’elevazione spirituale.

Ogni opera del parco è nascosta tra i sentieri delle Foreste Vetuste, riconosciute come patrimonio mondiale dall’UNESCO. Qui la ricerca artistica si misura con la lentezza, con la necessità di farsi piccola di fronte all’immensità vegetale. Nessun effetto scenico, solo dialogo rispettoso tra gesto umano e presenza selvaggia.

Infine, in Maremma, il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle incarna la versione più magica di questo incontro tra arte e paesaggio. Ventidue sculture monumentali, ispirate agli arcani maggiori, compongono un’opera totale, immersiva, spirituale e giocosa. Le forme gigantesche in mosaico colorato e vetri specchianti evocano Gaudí, ma anche le fiabe, l’alchimia, l’inconscio. Costruito a mani nude dall’artista per oltre diciassette anni, il Giardino è il sogno realizzato di una donna che ha voluto lasciare alla terra un’opera non finita, perché anche la sua incompiutezza racconta la fragilità del corpo e la forza della visione.

In copertina: © Mattia Marasco

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