Dall’Europa agli Stati Uniti, da Es Devlin ad Anicka Yi, nuovi itinerari culturali raccontano il dialogo tra forma, natura e spazio pubblico
In Gran Bretagna l’estate 2026 conferma una tendenza ormai evidente: i parchi diventano luoghi di produzione culturale, spazi in cui la natura non fa da cornice ma da infrastruttura critica. In questo contesto Kew Gardens inaugura la più ampia esposizione mai dedicata a Henry Moore, l’artista che ha trasformato il paesaggio in un partner attivo della scultura. Monumental Nature distribuisce 30 opere a grande scala nei 320 acri del sito Unesco, costruendo un percorso che rivela la logica profonda del suo lavoro: arte come organismo che respira con il terreno, si lascia attraversare dalla luce e trova nel verde non un fondale, ma una condizione generativa. Moore assume la natura come architettura viva, capace di amplificare l’impatto visivo ed emotivo delle forme.
«La profonda affinità di Moore con il mondo naturale rende i giardini di Kew e Wakehurst contesti ideali per il suo lavoro», osserva Sebastiano Barassi, head of Henry Moore Collections & Programmes. «Nel corso della sua carriera fu ispirato da forme organiche — ossa, pietre, alberi e dai ritmi del paesaggio — e credeva che la scultura dovesse esistere in armonia con ciò che la circonda. La Henry Moore Foundation ha un rapporto di lunga data con Kew, e questa mostra sviluppa quella connessione in modi audaci ed entusiasmanti».
Alla Shirley Sherwood Gallery bronzi, incisioni e disegni ricostruiscono il suo metodo di “pensare attraverso la natura”: emerge qui la dimensione più analitica del suo lavoro, dalla fragilità dell’universo al ruolo dell’uomo negli ecosistemi interconnessi, fino alla selezione delle sue più importanti opere in legno.
Da questa matrice si apre la linea più dinamica dello scultore Lynn Chadwick, che a Houghton Hall concentra la sua poetica sull’idea di statuaria come costruzione di energia: un organismo che attiva l’intorno invece di occuparlo. Le sue figure — animali astratti, coppie totemiche, forme mobili — incarnano tensione, equilibrio e vitalismo. I beasts in acciaio reagiscono alla luce e al vento come vettori di forza; le opere cinetiche, tra cui Ace of Diamonds III, rivelano il movimento come principio strutturale. Chadwick non modella: costruisce. Parte da un’armatura, da un telaio, da un concetto di arte dello scolpire come architettura dinamica capace di trasformare lo spazio. A Houghton Hall questa visione trova una risonanza naturale: le opere non decorano il territorio, lo trasformano in un campo di forze.
Un’altra declinazione della relazione tra arte e natura emerge a Castle Howard, dove l’artista Es Devlin presenterà Library of the Four Winds (il 13 giugno l’inaugurazione), intervento concepito per il tricentenario dell’architetto visionario John Vanbrugh. Devlin trasforma il Temple of the Four Winds in un dispositivo di attivazione collettiva: un’installazione luminosa composta da centinaia di libri provenienti dalle biblioteche di Vanbrugh e dell’artista reimmagina la funzione originaria del tempio come luogo di lettura e contemplazione. Attorno, quattro tavoli concentrici invitano a leggere, disegnare, ascoltare, mentre un percorso di sculture‑libro si estende fino a Ray Woods, trasformando l’area in un itinerario narrativo. Castle Howard diventa così il prolungamento naturale dell’opera, un campo di relazioni tra architettura, ambiente e partecipazione.
La stessa espansione del verde come museo diffuso caratterizza la Goodwood Art Foundation, che nel 2026 inaugura la seconda edizione del suo programma estivo. I 70 acri del parco accolgono una costellazione di interventi che intrecciano land art, percezione e forme monumentali, con opere di Yayoi Kusama, Hélio Oiticica, Nancy Holt ed Eva Rothschild: un territorio che diventa laboratorio di processi, materiali e sistemi.
Attraversato l’Atlantico, il discorso trova una declinazione coerente al Bartow‑Pell Mansion Museum di New York, dove Graciela Cassel presenta due caleidoscopi monumentali che trasformano i prati storici in un dispositivo di osservazione. Radar Kaleidoscope e Orange Kaleidoscope invitano a rallentare: i 36 specchi del primo e i 56 del secondo moltiplicano cielo e vegetazione, inglobano la figura dei visitatori e restituiscono un panorama in continua mutazione. Cassel usa il caleidoscopio come strumento immersivo: non incornicia l’area, la rende instabile, mobile, partecipata. Insieme, queste esperienze delineano un fenomeno ormai evidente: l’ambiente non è più il luogo in cui l’arte si colloca, ma il medium attraverso cui l’arte pensa, attiva, trasforma. A Storm King Art Center, un museo all’aperto di 500 acri situato nella Hudson Valley NY, Anicka Yi introduce una scala opposta: la micro‑ecologia come immaginazione evolutiva. Message from the Mud, la sua prima installazione all’aperto (inaugurazione il 17 maggio), assume la forma di un sito di scavo da cui emergono colonne acriliche basate sulla tecnologia delle Winogradsky columns. Riempite con acqua e suolo degli stagni del parco, attivano comunità di microrganismi che, stratificandosi nel tempo, producono gradienti cromatici simili a pitture astratte: un ritratto microbiologico del paesaggio. Come in tutta la sua pratica, Yi intreccia naturale e artificiale per esplorare forme di coesistenza tra esseri umani e organismi autonomi. La sua idea di “prehistoric biofiction” usa dati scientifici per immaginare storie alternative della vita sulla Terra, tra possibile passato e futuri speculativi. A Storm King questo approccio diventa un modo per pensare il tempo profondo attraverso una materia viva che si auto‑narra. L’installazione chiude il percorso spostando l’attenzione dalla scultura alla biologia come forma di visione.
In copertina: Magic Square #3/ Invention of Color (1987) © Hélio Oiticica



