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Da presidi urbani a spazi culturali: il futuro possibile delle edicole tra innovazione e resistenze del sistema

Esperienze italiane e internazionali mostrano una via possibile, se la trasformazione supera le resistenze della filiera


C’è un momento preciso in cui un quartiere cambia volto: quando la serranda dell’edicola all’angolo resta abbassata per giorni. Non è solo un’altra attività che chiude. È un presidio che scompare, un pezzo di spazio pubblico che smette di produrre relazioni, informazione e quotidianità. Per anni questa sparizione è stata raccontata come un destino inevitabile: il digitale avanza, il resto si ritira. Ma i dati descrivono una storia diversa e più scomoda.


Nonostante la crescita dell’online, oggi la carta stampata continua a sostenere economicamente il sistema dell’informazione. Secondo il rapporto “Le edicole del futuro, il futuro delle edicole”, realizzato da Stampa Romana e DataMediaHub, la maggior parte dei ricavi dei quotidiani proviene ancora dalle copie fisiche.


Nel 2024 i ricavi complessivi dei quotidiani italiani si attestavano a 1,17 miliardi di euro, in calo rispetto al 2019, con un dato chiave: il digitale cresce, ma non compensa il crollo della carta. Il sistema non evolve, si restringe. Qui si innesta il paradosso: le edicole chiudono perché si vendono meno giornali, ma meno edicole significa meno copie vendute. Un circolo vizioso che consuma progressivamente il sistema. Il nodo è nella domanda, ma anche nella filiera.

Il report lo evidenzia con chiarezza: esistono già norme, risorse e strumenti per modernizzare il sistema, a partire dall’informatizzazione dei punti vendita e dalla tracciabilità delle copie. Un passaggio che consentirebbe di ridurre drasticamente le copie stampate e distribuite senza essere vendute, generare risparmi rilevanti e conoscere davvero i lettori, anche attraverso strumenti come le fidelity card. Un’operazione di realismo che il sistema continua a rimandare.

Perché allora non si fa? Come sottolinea Stefano Ferrante, segretario di Stampa Romana, «per l’informatizzazione e la modernizzazione della filiera esistono già norme e strumenti. Quello che è mancato finora è la volontà di attuarli, perché il sistema continua a essere bloccato da assetti che favoriscono rendite di posizione e distorsioni nella distribuzione». Un sistema che favorisce chi controlla la filiera intermedia, non chi lavora al bancone né chi produce informazione. Nel frattempo, il peso di questa inefficienza ricade sugli edicolanti: tredici ore di lavoro al giorno per poco più di mille euro lordi al mese.

Negli ultimi mesi il tema è tornato anche al centro del dibattito istituzionale. Il Governo ha attivato misure di sostegno e in Parlamento è iniziato l’esame di un disegno di legge dedicato alla rete di vendita della stampa, che ne riconosce esplicitamente il ruolo pubblico.


«Nell’era del digitale, dove troppo spesso i rapporti umani tendono a liquefarsi, le edicole rappresentano un presidio territoriale vitale come punti di aggregazione umana e sociale», ha spiegato il relatore Filippo Melchiorre.


Un riconoscimento significativo che, tuttavia, non scioglie il nodo centrale: senza una riforma della filiera e una reale modernizzazione dei punti vendita, il rischio è che gli interventi restino emergenziali, non trasformativi.

A Roma gli effetti della crisi sono particolarmente marcati. Dalle circa 1.200 edicole attive di pochi anni fa si è scesi a poco più di 400. Come denunciato da Yuri Trombetti, presidente della Commissione Patrimonio di Roma Capitale, nel centro storico 54 chioschi su 100 rischiano di non riaprire mai più, anche incastrati tra i vincoli della Sovrintendenza e le norme del Codice della Strada. D’altro canto Claudio Marotta, presidente della Commissione Vigilanza sul pluralismo dell’informazione della Regione Lazio, punta il dito contro la Direttiva Bolkestein: assimilare la stampa al commercio generico è un errore, perché l’edicolante lavora con un prezzo imposto e margini minimi, svolgendo una funzione pubblica che meriterebbe una tutela specifica.


Eppure, non tutto è perduto. È il caso di Santedicola, nel quartiere San Giovanni a Roma, riaperta dopo anni di inattività, con una seconda vita.  Da edicola a spazio culturale di prossimità.

In 25 metri quadrati, l’eliminazione del bancone tradizionale ha restituito un ambiente più fluido, capace di valorizzare la forma ottagonale del chiosco e di ospitare, accanto a quotidiani e periodici, riviste indipendenti, libri di editori minori e attività culturali leggere: letture, presentazioni, piccoli workshop, mostre fotografiche. Un luogo pensato non solo per il passaggio, ma per la permanenza.


Esperienze di questo tipo non sono isolate nel panorama internazionale. In diverse città europee, le edicole sono state progressivamente riconosciute come infrastruttura culturale urbana, parte integrante dello spazio pubblico e della vita di quartiere.


A Londra, progetti come News & Coffee hanno restituito funzione a chioschi urbani dismessi integrando stampa di qualità e spazi di socialità quotidiana. Inserita a King’s Cross, l’edicola è tornata a essere un luogo di sosta e incontro, rafforzando il ruolo pubblico del chiosco nello spazio urbano. A Madrid, il chiosco storico KGB007 continua a essere un punto di riferimento culturale e informativo di quartiere, affiancando alla stampa tradizionale una vasta selezione di DVD e vinili. Un presidio urbano che mantiene una forte funzione sociale e di orientamento, anche nei momenti di emergenza. A Lisbona, il Quiosque das Amoreiras ha rafforzato il proprio ruolo puntando su una selezione editoriale ampia e curata, che affianca stampa locale e internazionale. Un’edicola che intercetta pubblici diversi senza snaturare la funzione informativa, valorizzando la qualità e la varietà dell’offerta. Ancora, a Rio de Janeiro, Banca Cinza, nata nel 2024 nel quartiere di Botafogo, ha ampliato il modello tradizionale di edicola affiancando a quotidiani e riviste una selezione di riviste indipendenti e pubblicazioni artistiche. Un’esperienza che rafforza la funzione culturale del chiosco senza rinunciare alla distribuzione della stampa.

In copertina  ©Adobe Stock

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