Nel cuore dell’Alto Adige, l’Abbazia si apre al presente con cantine d’avanguardia e interventi firmati da studi internazionali
Nella Valle Isarco, intorno a Bressanone, si dipanano due storie legate al territorio e alla produzione sostenibile: una connessa al mondo religioso, l’altra inserita in quello laico. La prima è antichissima, la seconda sta scrivendo le sue prime pagine. Le lega un territorio comune, il rispetto per la natura e la volontà di innovazione. Nell’incantevole cornice del paesaggio altoatesino, Pantografo Magazine ha approfondito la conoscenza dell’Abbazia di Novacella e scoperto il Maso Riol, abitato da una coppia di giovani in cerca di uno stile di vita in armonia con la natura.
Oggi l’Abbazia di Novacella, nata nel 1142, accoglie i visitatori in un contesto che appare come una cittadella della quiete e della serenità, popolata dal verde che a tratti ammanta le facciate degli storici palazzi, dal susseguirsi ritmico e ondulato delle vigne dalle quali si ricavano alcuni dei vini più buoni dell’intera regione, dalla memoria sempre densa delle storie che in questo luogo si sono svolte. Il mondo dell’Abbazia si apre verso l’esterno e con esso esplora il valore delle contaminazioni.
Frequentandola da visitatori si scoprono ambienti antichissimi, alcuni dei quali rimasti intatti, come la cantina originaria. E ancora ambienti secolari che hanno conosciuto il dialogo con gli stili che nel tempo si sono susseguiti: dalla Basilica di Santa Maria Assunta, sul cui impianto si è stratificato il linguaggio del Barocco, si giunge al museo, popolato da altari tardo-gotici, manoscritti finemente decorati, antichi oggetti scientifici, per arrivare poi alla biblioteca conventuale, contente circa 100.000 volumi a stampa. A questo punto, ecco che si trovano tracce di contaminazione con la contemporaneità: l’ambiente di snodo che conduce all’ampliamento del museo presenta una generosa parete vetrata che incornicia il paesaggio, materiali di nuova concezione, linee schiette e pulite in contrapposizione a quelle opulente del Barocco.
L’effetto è simile a quello di un corto circuito fra passato e presente, molto ben riuscito e calibrato: autore di questo ambiente, così come dell’intero progetto di ampliamento del museo, è MoDusArchitects, studio di architettura con sede a Bressanone fra i più qualificati e prolifici in Alto Adige. «Il nostro ampliamento aiuta i visitatori a orientarsi negli spazi dell’Abbazia e si innesta con la sua storia stratificata, proponendo nuovi paradigmi e nuovi vocabolari grazie a un linguaggio architettonico rispettoso del passato ma aperto a nuove declinazioni del futuro», spiega Matteo Scagnol, co-fondatore con Sandy Attia di MoDusArchitects. Il rapporto con l’architettura contemporanea non è un caso isolato: sono diversi gli ambienti affidati all’intuito di una serie di architetti della zona, per esempio il ristorante e l’enoteca, nei quali l’Abbazia ha sperimentato l’interazione fra innovazione e tradizione.
Se si partecipa ai convegni e ai seminari presenti nel ricco calendario delle attività – fra le quali anche mostre ed eventi, come quelle legate al Water Light Festival – ci si può trattenere a dormire nel convitto, dove le camere, essenziale e accoglienti, presentano quel linguaggio pulito e schietto che le rende estremamente attuali, oltre che ricche di suggestioni e dotate di indimenticabili scorci sul paesaggio della montagna.
L’indotto economico che l’Abbazia crea sul territorio con l’attività convegnistica e quella di ospitalità, con il ristorante, con l’enoteca, con il museo, si moltiplica poi con la produzione di ottimi vini fra le due aziende agricole di Novacella e di Cornaiano, alcuni ormai affermati, altri frutto di costanti sperimentazioni. Da non perdere fra i primi è il Kerner della linea Praepositus, fra i secondi l’Ohm della linea Insolitus. Grande innovazione, infatti, si fa anche in cantina ricercando, per esempio, vitigni che si adattano meglio al cambiamento climatico: «Nel nostro settore è molto importante essere innovativi e tenere sotto controllo l’evoluzione dei gusti, dei metodi di produzione, delle ricerche sulle nuove varietà e sull’impatto del cambiamento climatico, per poter poi reagire di conseguenza – racconta Werner Waldboth, head of sales & marketing di Abbazia di Novacella -. Per questo abbiamo lanciato la linea Insolitus, concepita per innovare e sperimentare sul solco della lunga e solida tradizione della cantina. Il desiderio di trovare valide risposte ai cambiamenti climatici in atto, nonché lo sforzo di perseguire una viticoltura sempre più sostenibile, hanno portato Abbazia di Novacella a voler testare sia in vigna che in cantina nuove vie rispetto al passato».
E così ogni anno la linea si arricchisce di alcuni nuovi vini, prodotti nelle piccole quantità di migliaia di bottiglie che, una volta esauriti, non vengono più vinificati per lasciare spazio alle nuove sperimentazioni dell’anno successivo.
Uscendo dall’Abbazia di Novacella, ma sempre all’interno dei suoi terreni, Pantografo Magazine ha incontrato un’altra realtà produttiva, più piccola ma con grandi potenzialità. Ce ne parlano Nadja e Silvan, rispettivamente 28 e 30 anni, che hanno deciso di mettersi alle spalle il trambusto della vita cittadina e di vivere nella quiete della natura puntando sull’autosufficienza e sulla sostenibilità. Entrambi altoatesini, lei con una formazione da biologa e una precisa attenzione ai temi sociali, lui muratore e sensibile fotografo di fauna e paesaggi di montagna, ci accolgono in un luogo “felice” a circa 1.000 metri di altitudine, dove le pecore pascolano libere e le galline razzolano a terra e all’aperto, l’aria è pulita e la luce del sole regola i ritmi della vita.
Abitano il Maso Riol, che l’Abbazia ha dato loro in concessione, e producono soprattutto sciroppi e marmellate venduti nei mercati contadini e attraverso i canali dell’Abbazia stessa. Coltivano secondo i principi della permacoltura e dell’agricoltura rigenerativa, producendo soprattutto more, ribes, uva spina, lamponi e altra frutta. Condividono diversi progetti, come quello di dedicarsi prossimamente all’allevamento in maniera sostenibile e biologica. A prima vista potrebbero sembrare dei sognatori, ma in realtà hanno i piedi per terra e procedono per gradi, con convinzione determinazione.
Nell’aspirare a un modello di vita realmente sostenibile, infatti, c’è molta consapevolezza e concretezza. «Vogliamo vivere nella natura e lavorare con la natura, ma soprattutto fare qualcosa per la natura», spiegano con le idee chiare. Desiderano anche veicolare la loro filosofia di vita e per questo interagiscono con WWOOF (Worldwide Opportunities on Organic Farms), l’organizzazione che mette in contatto fattorie biologiche e persone interessate a condividere la quotidianità rurale con chi li ospita, imparando da questi le tecniche agricole sostenibili sul campo.
In copertina: © Werner Waldboth



