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Io sono Cultura 2026: in Italia il settore vale 1,5 milioni di occupati

Il rapporto Symbola restituisce un sistema da 292mila imprese, capace di attivare il 15,4% dell’economia nazionale. Restano aperti i nodi legati a stabilità, salari e riconoscimento professionale


Un settore che conta circa un milione e mezzo di occupati e contribuisce per il 5,7% all’occupazione nazionale. Questa la fotografia restituita da “Io sono Cultura 2026”, il rapporto annuale promosso da Fondazione Symbola, Unioncamere, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte, presentato nella sede dell’Università Mercatorum, sul sistema produttivo culturale e creativo italiano.

Giunto alla sedicesima edizione, il rapporto analizza sia le attività strettamente culturali e creative che i professionisti con competenze diffuse in altri comparti dell’economia. Ad aprire l’incontro è stato il rettore Giovanni Cannata, che ha indicato la cultura come «infrastruttura reale del Paese» e come strumento per lo sviluppo dei territori.

Le attività del cosiddetto “core culture” rappresentano il 3,3% del valore aggiunto e il 3,4% dell’occupazione, con circa 915mila lavoratori. A questi si aggiungono 624mila professionisti culturali e creativi attivi in settori non direttamente riconducibili alla cultura, dalle costruzioni all’immobiliare, dal turismo ai servizi alle imprese. «La cultura passa per le persone», ha osservato Alessandro Rinaldi, vicedirettore generale del Centro Studi Tagliacarne, che ha ricordato come il perimetro comprenda dipendenti, autonomi, liberi professionisti e imprese.

Le imprese culturali e creative censite attraverso i codici ateco sono 292mila: il 17,9% è costituito da imprese femminili e il 7,9% da imprese giovanili. Software e videogiochi costituiscono il principale ambito per valore prodotto, seguiti da editoria e stampa, architettura e design, audiovisivo e musica, comunicazione, performing arts e patrimonio storico-artistico.


Considerando anche gli effetti indiretti, il valore attivato dal sistema produttivo culturale e creativo arriva a circa il 15,4% dell’economia


Il 53,2% della spesa turistica è attribuito a consumi culturali.

Sul piano territoriale, Lazio, Lombardia e Piemonte registrano il contributo più elevato in termini di valore e occupazione, mentre emergono specializzazioni regionali differenti: il Veneto nell’architettura e nel design, la Lombardia nella comunicazione, il Lazio nell’audiovisivo, il Piemonte nel software e nei videogiochi, la Sicilia nel patrimonio e la Toscana nelle performing arts.

Accanto alla crescita, il rapporto registra alcune criticità occupazionali. Nel nucleo centrale delle attività culturali circa la metà dei lavoratori è indipendente, contro il 21% dell’intera economia (quasi 30 punti percentuali di differenza). Il 7,4% degli occupati culturali si dichiara insoddisfatto della stabilità lavorativa, rispetto al 5,7% della media nazionale, con fragilità più marcate nelle performing arts e nelle arti visive. Tra i professionisti attivi nella tutela, manutenzione e gestione del patrimonio culturale e artistico emerge invece una maggiore insoddisfazione per i livelli retributivi. «C’è lavoro, c’è molto lavoro», ha sintetizzato Rinaldi, precisando tuttavia che queste criticità non possono essere trascurate.

Il presidente di Fondazione Symbola Ermete Realacci ha collegato la produzione culturale alla competitività e all’identità economica italiana, richiamando la capacità della cultura di incidere su export, turismo, innovazione e attrazione dei talenti. «Dobbiamo investire nei nostri talenti», ha dichiarato. Anche il presidente di Unioncamere Andrea Prete ha posto l’accento sui giovani e sul ruolo delle Camere di Commercio nel sostegno a iniziative culturali promosse spesso da realtà di piccole dimensioni. «I talenti non possiamo rischiare di perderli», ha affermato, indicando come priorità la stabilità lavorativa e il miglioramento delle condizioni salariali.

«Il problema non è più dire che con la cultura si mangia, ma capire quanto si mangia con la cultura», ha dichiarato Beniamino Quintieri, presidente dell’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale. Un richiamo anche alla necessità di metriche omogenee per misurare il peso della cultura e i suoi effetti su turismo, formazione e rigenerazione urbana. Per favorire la crescita delle imprese, Quintieri ha inoltre indicato la necessità di combinare risorse pubbliche e capitali privati, valutando sia i ritorni economici sia quelli sociali.

Sul valore della musica è intervenuto Giampiero Di Carlo, fondatore e amministratore delegato di Rockol, definendola «un linguaggio universale» capace di produrre inclusione, coesione sociale e valorizzazione delle periferie. «La cultura sottende i 17 Sustainable Development Goals», ha affermato Ernesto Lanzillo, presidente di Deloitte, indicandola come elemento trasversale agli obiettivi di sostenibilità. Un passaggio che sottolinea come il contributo della cultura non possa essere limitato al Pil e all’indotto, ma debba comprendere gli effetti su conoscenza, formazione e benessere collettivo.

A chiudere l’incontro, l’intervento direttrice generale dell’associazione italiana dell’industria dei videogiochi, Talita Malagò. Il comparto nazionale è formato prevalentemente da piccoli studi indipendenti inseriti nelle filiere internazionali e attivi nell’innovazione tecnologica, nella narrazione e nella sperimentazione artistica. Malagò ha illustrato alcune applicazioni dei videogiochi alla valorizzazione del patrimonio, alla divulgazione scientifica e alla progettazione di esperienze museali. La prospettiva indicata è quella di trasformare il videogioco «da prodotto di consumo a infrastruttura culturale contemporanea», mettendo in relazione creatività, tecnologia, giovani e beni culturali.

 

Immagine di copertina: Copertina del rapporto “Io sono cultura 2026”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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