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Abitare la terra, la strada tra bellezza e ambiente sostenibile

Interdisciplinarità alla Casa dell’Architettura: dal regista Amos Gitai all’architetta pachistana Yasmeen Lari


È una sfida del presente. E nella Giornata mondiale della terra, che le Nazioni Unite celebrano ogni anno, un mese e un giorno dopo l’equinozio di primavera, il 22 aprile, gli architetti romani hanno accolto il tema del momento.

Con un convegno dalle mille sfaccettature, “Abitare la terra”, l’Ordine degli architetti della Capitale ha richiamato la politica, non solo la cultura, per arrivare ad obiettivi di progresso comune, sollecitando che spazi e ambienti, che sono patrimonio comune, non possano essere più luoghi di conquista.


Il principio su cui si basa la Giornata della terra è che tutti, a prescindere dall’etnia, da dove vivano, dal sesso e dalla condizione economica, hanno il diritto etico a un ambiente sano, equilibrato e sostenibile.


© Mike Ramirez Mx, Pixabay

L’impatto che l’Homo sapiens ha sull’equilibrio del pianeta è divenuto oggi talmente significativo da fare definire “Antropocene” l’epoca geologica attuale, in cui all’essere umano e alla sua attività sono oggi attribuite le principali cause delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche, la diminuzione delle biodiversità, nonché l’omogeneizzazione progressiva della biogeografia e degli ecosistemi del mondo. Inoltre, l’attuale situazione pandemica ha drammaticamente evidenziato quanto sia necessario un ripensamento del rapporto con cui l’uomo si relaziona con l’ambiente naturale e costruito, nella costituzione del docile equilibrio tra territorio, città e paesaggio. Si propone una riflessione ampia sul tema della trasformazione dei modi di abitare la terra da parte dell’umanità nella storia. Un argomento che coinvolge inevitabilmente l’identità stessa dell’architetto quale prefiguratore degli ambienti futuri. Quale rapporto quindi tra l’uomo e l’ambiente? La cultura del progetto, costruire e pianificare, sono parole chiave per migliorare questo stesso rapporto, messo sotto attacco. Non si può lasciare fuori, in questo discorso, la pandemia, che ha condizionato il nostro modo di vivere, ci ha obbligato ad interrogarci sulla condizione umana, le trasformazioni interne, le nuove disuguaglianze e gli intrecci di un mondo globalizzato.

L’alba dell’uomo. «L’umanità è nata – come specifica la direttora di Left, la giornalista e scrittrice Simona Maggiorelli – proprio a cominciare da un’espressione artistica, l’arte è costitutiva della specie. Arte come esigenza, come è un’esigenza dell’uomo quella di muoversi, spostarsi, viaggiare per conoscere». In difesa del linguaggio silenzioso e universale delle immagini, allo stesso modo in difesa della terra. Arte e terra, frutto spesso di opera collettiva.

«Il costruire è solo una delle forme che l’architettura prende in carico», racconta l’archeologa Gaia Ripepi.


«L’architettura e l’abitare sono l’espressione di una fantasia che non ha bisogno per forza di costruzione, ma è emozione. E immaginario. Può essere una linea di confine».


La nascita dell’architettura è stata irrazionale. «Si parte con l’uscita dalla grotta, un’uscita irrazionale, spinta dalla voglia di conoscenza, per poi arrivare ai primi mattoni crudi, da cui parte la rivoluzione delle costruzioni, rinvenuti a Gerico, in Palestina», spiega l’esperta.

L’Architettura nasce anche per stare insieme agli altri. E i confini dei saperi non esistono. Amos Gitai, regista israeliano dai tanti successi, racconta proprio questa assenza di demarcazione disciplinare e artistica.

Sono un architetto che realizza film. Mi sono formato come architetto, le mie idee nel cinema si costruiscono attraverso gesti che hanno attinenza sia con l’architettura che con l’archeologia

Amos Gitai, regista

© Ricarso Gomez Angel, Unsplash

«La sfida di oggi, in questa era molto digitale, in cui l’architettura viene trasposta nei computer per poi essere presentata a qualcuno in qualche luogo. Molto spesso non parte più dal coinvolgimento degli artigiani, ma gli artigiani sono degli esecutori. Lo stesso sta avvenendo nel mondo cinematografico in cui sussiste una compartimentazione delle discipline. Invece è importante uno scambio, la scelta comune dei materiali, la conoscenza del contesto ambientale, il rapporto con la terra parte anche da questo modo di lavorare, da questo approccio», conclude il regista.

E nel modo di raccontare la città c’è il senso di come l’uomo vive il suo ambiente. Lo ricorda Andrea Elia Zanini, curatore dell’Archivio Gabriele Basilico. “La città mi veste e mi abita”, diceva Basilico. Le immagini del fotografo sono dei veri punti di vista dalle grandi metropoli mondiali alle più piccole città europee. Evidenzia e porta a riflettere sulla trasformazione continua e la mobilità che le investe, che è anche un modo di adattarsi all’esistente. E poi c’è il racconto di Juliano Ribeiro Salgado che ha girato insieme a Win Wenders “Il sale della terra” documentario su Sebastiao Salgado. «Siamo in un’era geologica determinata dal comportamento umano, troppe conseguenze e il mondo ora sembra consapevole», racconta Gaetano Capizzi, presidente del Festival Cinemambiente. La ricetta è: difendersi dall’egemonia culturale e agire. Unico mantra: siamo tutti coinvolti.

 

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In copertina: foto di Paula Prekopova via Unsplash

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