Tra migrazione, genere e impegno sociale, il racconto di sei professioniste apre il dibattito sul modello dominante della disciplina
Transnational Narratives: A Documentary Celebrating South Asian Women in Architecture. Questo il titolo del documentario che racconta il percorso di sei architette di origine sud-asiatica attive tra India, Pakistan e Regno Unito. Opera che apre una riflessione sulle traiettorie professionali e sulle condizioni di visibilità delle donne nell’architettura contemporanea, mettendo in luce storie e prospettive inedite.
Il prodotto editoriale è stato presentato ufficialmente il 10 marzo a Barcellona dalla Fundació Mies van der Rohe, nella cornice del celebre Padiglione Mies van der Rohe, come risultato della quarta edizione della Lilly Reich Grant for Equality in Architecture. Ben più che una celebrazione accademica, si tratta di promozione dello studio e diffusione di contributi architettonici che, per ragioni di genere, provenienza geografica o dinamiche di potere, sono stati resi invisibili, promuovendo parallelamente una reale parità di opportunità nella pratica contemporanea della professione.
Oltre la funzione documentaristica. Un saggio visivo che esplora le complesse traiettorie professionali Sumita Singha, Chitra Vishwanath, Sara Khan, Fauzia Qureshi, Sajida Vandal e Neelum Naz.
Le narrazioni raccolte nel video delineano una visione dell’architettura intesa come pratica multiforme e intrinsecamente impegnata, una disciplina capace di trascendere il mero formalismo per integrare organicamente la progettazione con l’insegnamento accademico, la ricerca teorica e pratica e l’azione sociale sul territorio, quest’ultimo tema molto caro alle protagoniste del documentario.
Attraverso le testimonianze dirette, emerge un focus rigoroso su questioni che prima risultavano marginali, come l’etica della professione, l’empatia verso l’utente finale e una responsabilità ambientale che non sia solo tecnologica, ma anche sociale.
Il documentario analizza con precisione la difficoltà di porsi come pioniere di un cambiamento strutturale in quadri sociali e professionali spesso irrigiditi da tradizioni secolari. Il racconto si sofferma sul delicato passaggio temporale tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, un periodo in cui l’area sud-asiatica era caratterizzata da un conservatorismo radicale che imponeva alle donne un futuro professionale e sociale già rigidamente prescritto.
Le esperienze personali riportate spaziano dai complessi processi di migrazione — intesi come spostamento fisico ma anche culturale — alle sfide quotidiane legate alla maternità, con tutte le fatiche necessarie per bilanciare la cura familiare con le esigenze della professione in un’epoca priva di tutele strutturali, fino all’attivismo politico per i diritti e l’uguaglianza di genere e alla resilienza necessaria per operare all’interno di contesti professionali ancora fortemente patriarcali. In questo senso, il documentario illustra come queste professioniste siano riuscite a tracciare percorsi autonomi e originali, consolidandosi come modelli di riferimento per le future generazioni di chi cerca una via alternativa ai modelli di successo convenzionali.
Mentre la narrativa architettonica tradizionale è spesso centrata sulla figura del singolo “maestro”, il lavoro di queste architette evidenzia approcci sociali e partecipativi.
Si tratta di un’architettura che non nasce nel vuoto, ma che si nutre del confronto costante con le comunità e con le specificità dei materiali e dei climi locali. La Lilly Reich Grant for Equality in Architecture unisce di fatto esperienze di architette indiane e pakistane e assume un valore simbolico e diplomatico di straordinaria importanza. Uno spunto che rinnova la domanda di una nuova storiografia dell’architettura che sappia accogliere la pluralità delle voci e la complessità dei racconti transnazionali.
In copertina: © Transnational Narratives — directed by Igea Troiani and Mamuna Iqbal.



