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Architettura in chiave femminile: Roma riscrive la sua mappa con lo sguardo delle progettiste

Roma ha ospitato la prima edizione di Visioni di Architettura, il festival promosso da Aidia (Associazione italiana donne ingegnere e architette). Un segnale culturale forte: istituzioni e professioni chiedono una narrazione più inclusiva e plurale

Il festival che restituisce visibilità alle donne ingegnere e architette che hanno contribuito alla costruzione della città. Un appuntamento che ha registrato una grande partecipazione e un forte interesse e che sembra destinato a diventare un nuovo format da replicare in una città attenta ai temi dell’architettura.

Tre giorni per riaccendere l’attenzione sulle donne nel progetto, che «ci sono e ci sono sempre state – così Maria Acrivoulis, ideatrice dell’iniziativa, ha ricordato all’apertura del festival – Donne che hanno lasciato segni precisi, consapevoli e innovativi nella costruzione della città». Eppure, la loro presenza rimane spesso invisibile nella narrazione ufficiale (come raccontato anche nella storia dell’emancipazione delle donne artiste, ndr).

Il festival si è aperto venerdì 14 novembre con un convegno che si è svolto presso l’università Roma Tre, dove studiose, professioniste e rappresentanti delle istituzioni hanno intrecciato voci e prospettive sul ruolo delle donne nel progetto. Testimonianze storiche, come quella su Elena Luzzatto Valentini, prima donna laureata in Architettura in Italia, si sono alternate a racconti contemporanei, offrendo una lettura ampia del tema.


È stato inoltre presentato l’Atlante delle donne in architettura – Roma 1920-1975, prima edizione curata da Antonella Candelori con Aidia Roma: un testo che, a partire dalle prime iscritte all’Albo professionale, ricostruisce la presenza qualificata e silenziosa delle progettiste nella città, donne che hanno disegnato luoghi emblematici della vita quotidiana.


La città come mappa da riscrivere: così la seconda giornata del festival è stata un cammino nella città, attraverso un percorso urbano tra opere che disegnano una geografia al femminile della capitale, finalmente leggibile, che apre anche al tema della progettazione urbana orientata alla sicurezza e alla percezione degli spazi, come raccontato in diverse riflessioni sul territorio e sulla sicurezza delle donne.

Il percorso Open Architecture ha attraversato luoghi progettati da architette del Novecento e dei giorni nostri, una passeggiata che ha offerto ai partecipanti l’occasione di leggere Roma in rosa. La giornata conclusiva ha ripercorso il festival attraverso le immagini del concorso fotografico Visioni di Architettura.


I lavori selezionati dalla giuria, composta da figure di spicco dell’architettura e della fotografia italiana, hanno mostrato quanto la lente fotografica possa essere un dispositivo critico, capace di far emergere dettagli e storie altrimenti invisibili.


Il primo premio è stato assegnato a Luca Milan, che ha dedicato il suo lavoro al Cimitero militare francese, progettato da Elena Luzzatto Valentini e Maria Teresa Parpagliolo. La sua serie fotograficamente poetica restituisce un’atmosfera rarefatta, un equilibrio tra rigore formale e natura.

Il secondo premio è stato attribuito a Beatrice Cicalese, con un progetto fotografico dedicato all’edificio per uffici di via Casilina 1 – piazzale Labicano, opera dell’architetta Alessandra Montenero. La giuria ha riconosciuto la capacità dell’autrice di far emergere un’architettura spesso ignorata, valorizzandone i dettagli, le relazioni con il contesto urbano e la sua qualità spaziale. Le sue immagini costruiscono una narrazione attenta, che invita a riscoprire un’opera silenziosa ma significativa.

Il terzo premio è andato a Mara Antonioli, che ha rivolto il suo sguardo alla Stazione di Vigna Clara, progettata da Alessia Maggio. La sua serie alterna momenti di sospensione a un realismo più diretto, restituendo la complessità delle infrastrutture urbane attraverso un racconto visivo intenso e consapevole.

La menzione speciale è stata conferita a Maria Sofia Simione ed Emanuele Zechini per il loro lavoro dedicato al Complesso parrocchiale di Santa Teresa di Calcutta, progettato da Marco Petreschi, Giulia Amadei e Antonio Archilletti. I due autori hanno saputo leggere con particolare sensibilità il rapporto tra l’opera e il contesto urbano, mostrando come l’architettura si integri nella vita quotidiana e nel paesaggio che la accoglie.

Le opere premiate compongono un racconto corale e armonioso che, attraverso la fotografia, contribuisce a rendere più visibile il contributo delle progettiste alla costruzione dell’architettura contemporanea e alla definizione degli spazi della città.

Un segnale culturale che guarda al futuro. Il festival ha ricevuto il sostegno di istituzioni accademiche e rappresentanze professionali, che hanno sottolineato l’urgenza di costruire una narrazione dell’architettura più inclusiva e pluralista. «La città può e deve cambiare in un’ottica di genere», ha ricordato Michela Cicculli della Commissione Capitolina, mentre la vicepresidente Alessandra Ferrari ha sottolineato come «le pari opportunità siano prima di tutto una questione di cultura», richiamando l’urgenza di un cambiamento che attraversi formazione, professione e società.

In copertina: Cimitero militare francese, progettato da Elena Luzzatto Valentini e Maria Teresa Parpagliolo © Luca Milan

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