Dalla Royal Academy of Art alla Tate Britain, l’autunno si tinge di mostre e installazioni all’insegna dei grandi nomi da Monet all’artista contemporaneo Yuko Mohri
Ogni autunno Londra torna a essere uno dei principali punti di riferimento per l’arte. Collezionisti, curatori, artisti e pubblico internazionale arrivano per Frieze, ma quando la fiera apre le porte a Regent’s Park la città ha già iniziato a cambiare ritmo da settimane. Musei, gallerie e spazi pubblici compongono una costellazione di mostre che, pur senza un tema comune dichiarato, sembrano condividere una domanda: come cambia il nostro modo di guardare quando cambia la maniera in cui l’arte occupa lo spazio? Dalla pittura alla fotografia, dalla moda al suono, dalla tecnologia alle installazioni, l’esperienza si sposta progressivamente dall’opera allo spettatore: non più soltanto immagini da osservare, ma ambienti da attraversare, paesaggi da reinterpretare, dispositivi da ascoltare. Frieze è così meno l’inizio della stagione che il suo punto di condensazione: il racconto comincia prima e si sviluppa in tutta la città.
Alla Royal Academy of Art, Painting the French Riviera parte dalla pittura per raccontare una trasformazione dello sguardo. La Costa Azzurra di Monet, Cézanne, Renoir, Matisse, Picasso e Yves Klein non è soltanto un luogo rappresentato, ma un paesaggio che diventa invenzione culturale. Tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, luce, colori, costa e vita moderna modificano il linguaggio della pittura. La Riviera diventa laboratorio di nuove possibilità visive, ma anche immagine di un nuovo modo di vivere: il viaggio, il turismo, il corpo esposto alla luce. Attraverso pittura, fotografia, cinema e cultura popolare, la rappresentazione racconta così non solo un luogo, ma il modo in cui una società impara a desiderarlo.
Se alla Royal Academy il paesaggio modifica la pittura, alla Gagosian è l’immagine stessa a essere messa in discussione. This Is Still Not a Pipe: The Afterlife of Magritte parte dall’eredità del pittore per interrogare la persistenza del suo universo visivo nella cultura contemporanea. Il riferimento è naturalmente a Ceci n’est pas une pipe: una frase diventata proverbiale, ma ancora capace di destabilizzare. Tra l’oggetto e la sua rappresentazione esiste una distanza che il nostro sguardo tende continuamente a dimenticare. La mostra porta questa intuizione nel presente, mettendo Magritte in relazione con opere di generazioni successive. In un’epoca dominata da immagini digitali e rappresentazioni generate artificialmente, la domanda acquista una inedita urgenza: quanto la rappresentazione non si limiti a descrivere la realtà, ma contribuisca a costruirla?
È forse in questo passaggio che si comprende meglio la presenza di Es Devlin nel panorama autunnale londinese. Al Design Museum, Es Devlin: Other Worlds, prima retrospettiva europea dedicata all’artista e designer britannica, ripercorre trent’anni di una pratica iniziata nel teatro di piccola scala e progressivamente estesa alla scultura, alla musica, all’architettura, alla luce e alla performance.
Questa capacità di attraversare discipline e misure diverse, dal palcoscenico agli spazi museali fino alle grandi arene, rende difficile definire il suo lavoro attraverso una sola categoria. Opere, installazioni, film e la più ampia presentazione individuale del suo archivio realizzata finora trasformano l’esposizione in un’esplorazione del processo creativo oltre che dei risultati finali. Nei suoi progetti l’opera non è qualcosa che si contempla da una distanza prestabilita: è l’ambiente che modifica la posizione del corpo. Luce, movimento, suono e proiezione costruiscono situazioni percettive in cui il visitatore entra nel lavoro e ne misura fisicamente le dimensioni. Il museo smette così di essere un contenitore neutro e diventa dispositivo narrativo, spazio immersivo, persino una forma di architettura temporanea.
Alla National Gallery, Renoir and Love riporta invece lo sguardo alla dimensione delle relazioni umane. Concentrato sugli anni cruciali della carriera dell’artista, il percorso attraversa affetto, seduzione, amicizia e socialità moderna: caffè, teatri, strade parigine, danze e incontri all’aperto diventano il teatro di una vita collettiva costruita attraverso gesti, conversazioni e prossimità. Renoir non racconta soltanto l’amore, ma il modo in cui le persone occupano insieme lo spazio. Dopo gli ambienti immersivi di Devlin, è una forma più silenziosa di coinvolgimento: non entriamo fisicamente nell’opera, ma è la pittura a portarci dentro la scena.
Con Yuko Mohri: In Concert, alla Barbican Curve, l’immagine lascia quasi completamente il posto all’ascolto. L’artista giapponese costruisce installazioni in cui oggetti quotidiani, elettricità, magnetismo, gravità e acqua entrano in relazione producendo suoni e movimenti. Il risultato è un ambiente instabile, nel quale anche l’accidentale diventa parte dell’opera. L’attenzione si sposta dall’oggetto all’evento: l’opera non è qualcosa che esiste una volta per tutte, ma qualcosa che accade.
A Tate Britain, The 90s: Art and Fashion introduce il tema della memoria. Fotografia, moda, arte e cultura popolare ricostruiscono un decennio nel quale l’immagine diventa uno dei principali strumenti di costruzione dell’identità. Alexander McQueen, Damien Hirst, Sarah Lucas, Vivienne Westwood e altri protagonisti di quella stagione appartengono a mondi diversi, ma contribuiscono alla formazione di un’estetica riconoscibile. Guardare oggi quelle immagini significa misurare la distanza tra un’epoca e il presente, ma anche riconoscere quanto di quell’immaginario continui a vivere.
Alla fine, il percorso esce dai musei. A Regent’s Park, Frieze Sculpture porta opere di artisti internazionali dentro un paesaggio che appartiene alla quotidianità londinese. Spostare l’arte fuori dal suo contenitore significa esporla alla città, alle persone, al clima, al rumore e alla luce naturale. Non esiste più una separazione netta tra opera e ambiente. È qui che le mostre londinesi dell’autunno sembrano incontrarsi: nell’idea che vedere sia sempre anche una forma di abitare.
In copertina: René Magritte La Malédiction (The Curse), 1931 © 2026 ADAGP, Paris and DACS, London Photo: Antoine van Kaam Courtesy Museum Voorlinden, Wassenaar, the Netherlands



