In Sicilia la capitale italiana del 2026
Gibellina guarda al 2026 come un passaggio strategico, non come un traguardo.
La capitale italiana dell’arte contemporanea si presenta come laboratorio di rigenerazione culturale, civile e territoriale. Un progetto che guarda oltre l’anno simbolico, puntando su comunità, reti e processi di lungo periodo.
Non un calendario di eventi, ma un progetto politico-culturale pensato per produrre effetti strutturali ben oltre l’anno della Capitale
A inquadrare il valore del riconoscimento, nel contesto della presentazione istituzionale al Ministero della Cultura, è stato Angelo Piero Cappello, direttore generale Creatività Contemporanea del Mic, che ha definito il conferimento del titolo a Gibellina «un passaggio storico per il nostro Paese» capace di inaugurare «una nuova visione delle politiche culturali nazionali, in cui la creatività contemporanea diventa motore di rigenerazione non più di un singolo territorio, ma di reti territoriali integrate sul piano civile, sociale e culturale».
In questa prospettiva, ha sottolineato Cappello, Gibellina assume il ruolo di laboratorio nazionale e internazionale, dimostrando come l’arte possa farsi bene comune e strumento di coesione democratica
“Portami il futuro” è il titolo scelto dal comune siciliano per il programma ufficiale: una scelta che chiarisce l’impostazione del progetto per il quale il futuro non è un orizzonte astratto, ma spazio di responsabilità pubblica e costruzione collettiva. Gibellina quindi come rinnovata destinazione, come luogo capace di generare processi, in cui arte e cultura vengono riconosciute come infrastrutture civiche essenziali, in grado di incidere sulla qualità dello spazio pubblico, sulle relazioni sociali e sul modo in cui la città viene abitata. È una visione che affonda le radici nella storia stessa della cittadina già nota a scala internazionale per la frattura del terremoto del 1968, richiamata più volte come matrice simbolica e politica del progetto. Il sindaco Salvatore Sutera ha commentato riconoscendo come «dalle macerie del terremoto sia nata una città che ha scelto di ricostruire non solo muri e case, ma anime, affidandosi all’arte come atto civile e politico».
In questa continuità, il 2026 viene letto come un’opportunità per l’intera Valle del Belìce, chiamata a essere parte di un progetto che mira a rafforzare identità, relazioni e prospettive di sviluppo condivise.
Il programma si articola in cinque capitoli – mostre, residenze, arti performative, educazione e partecipazione, conferenze, simposi e giornate di studio – pensati come contenitori aperti e interconnessi, capaci di attivare luoghi, competenze e collaborazioni. In questa struttura, educazione e partecipazione assumono un ruolo trasversale e strategico, diventando la linea che esce dal perimetro fisico dei luoghi per proiettarsi verso l’esterno, intercettando la città e il futuro.
A chiarire l’impianto concettuale è stato Andrea Cusumano, direttore artistico di Gibellina 2026, che ha parlato di un cambio di paradigma: «L’arte contemporanea non è solo espressione del presente, ma pratica di presenza: un modo di abitare i luoghi e costruire relazioni».
Portami il futuro, ha spiegato, è «un invito a confrontarsi con le fratture della contemporaneità, trasformando le crisi in occasioni di scelta, di cura e di cambiamento»
Anche le date inaugurali rafforzano questa lettura: il 13 gennaio, anniversario del terremoto, affida alla memoria un ruolo attivo, non commemorativo ma generativo; il 15 gennaio il programma entra nel vivo con Dialoghi con la città frontale, un arrivo simbolico “dal mare” che apre una riflessione sul Mediterraneo attraverso grandi installazioni video di Adrian Paci e un’installazione dedicata al Duomo di Svevo, ospitate nell’edificio scultoreo monumentale al centro di piazza Beuys.
In coperina: Grande Cretto, Alberto Burri © Comune di Gibellina



