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Borghi o città? Visioni e modelli da copiare, per contrastare la società della solitudine

Dalla città in 15 minuti di Parigi alle Superilles di Barcellona. Parole chiave: reciprocità e prossimità


Città versus campagna. Quali politiche per uno sviluppo urbano post-pandemia? Meglio seguire la linea del sindaco di Parigi Anne Hidalgo, e sistematizzare infrastrutture e servizi per una “città dei 15 minuti”, o puntare sulla rigenerazione delle centinaia di borghi abbandonati da ripopolare e rianimare con creatività (e ovviamente con connessioni che allineino le opportunità di città e campagna)? Come tradurre in politiche e progetti, i concetti di “reciprocità” tra aree interne e centri urbani o quello di “prossimità” come è stato già sperimentato a Barcellona, nell’ambito del mandato della sindaca Ada Colau, con il sistema delle cosiddette “Superilles”: super-blocchi in cui la città è stata suddivisa, da 8-10mila persone ciascuno, con una precisa strategia per la riorganizzazione di attività sociali e servizi, diminuendo il numero di auto, liberando spazi urbani pubblici, per favorire pedoni e biciclette.


Domande aperte. Temi sotto i riflettori alla Triennale Milano, nell’ambito del progetto “Città Come Cultura” – promosso con la Direzione Generale Creatività Contemporanea del Mibact e il Maxxi – per ragionare sulle trasformazioni della vita nelle città e delle abitudini dei cittadini conseguenti alla pandemia.


Un dialogo a più voci, come quello promosso dall’Ispi con Euromilano proprio per ripensare le città post-Covid (in un workshop modello Chatham House Rule).
La crisi è arrivata infatti in un momento in cui le città erano già oggetto di profondo ripensamento, con nuove priorità e nuove sfide: il cambiamento climatico, la transizione digitale, la mobilità sostenibile, la rigenerazione degli spazi degradati, la ridefinizione degli spazi pubblici, l’inclusione sociale e le politiche di integrazione. La pandemia ha però messo in discussione molte delle nostre idee e prospettive sul futuro delle città, anche alla luce dei profondi cambiamenti che ha innescato tanto nella sfera lavorativa quanto nella vita privata delle persone. Come cambieranno quindi le esigenze urbanistiche e immobiliari, dal punto di vista non soltanto dei cittadini ma anche delle istituzioni e delle imprese?

Come si riconfigura il rapporto fra uomo e natura? Come si evolve – di fronte alle nuove fragilità mostrate dai sistemi urbani – il rapporto fra aree rurali e quelle metropolitane? E quali sono gli strumenti e le risorse disponibili a livello italiano ed europeo per agevolare la transizione verso nuovi modelli abitativi, sociali e produttivi, che portino a nuovi stili di vita, all’insegna della sostenibilità? Queste alcune delle questioni aperte.

Un documentario, un’azione cinematografica per scongiurare la scomparsa di una cultura millenaria. In apertura dell’evento della Triennale la regista Alice Rohrwacher ha introdotto il corto ‘Omelia contadina’: «una forma di protesta, dal basso, dove i piccoli agricoltori si animano contro le monoculture intensive e lo sviluppo basato su teorici finanziamenti che non vedono un reale coinvolgimento della comunità. Da qui – racconta Rohrwacher – una passeggiata tra gli alberi, simulando un funerale con una grande immagine sulle spalle dei piccoli contadini, un messaggio di auto-seppellimento di una comunità che ogni giorno prova a rinascere». Un progetto di denuncia che ancora una volta porta sotto i riflettori lo sviluppo delle aree interne, con «la trasformazione del paesaggio agrario in corso tra Umbria, Lazio e Toscana, e la cancellazione di un mosaico paesistico ereditato da migliaia di anni».

Funerale © immagine tratta dal corto ‘Omelia contadina’ Alice Rohrwacher

Città da rigenerare e borghi da rianimare, la sfida della reciprocità. Come nell’evento dell’Ispi, anche nell’ambito del progetto Città Come Cultura – coordinato da Lorenza Baroncelli per la Triennale di Milano – è intervenuto Stefano Boeri, presidente di Triennale, che ha messo in luce alcuni temi con la parola chiave “reciprocità”, anticipando ricerche e progetti in corso con il Politecnico di Milano e con il Touring, e ipotizzando «contratti, con specifici accordi, tra le città e i piccoli centri più prossimi, come già accade in Francia – racconta Boeri – dove la grande distribuzione, in dialogo con il sistema degli atenei, crea delle sinergie con i piccoli centri, in modo tale da garantire la qualità della vita per chi sceglie il decentramento, ma al contempo anche la possibilità di essere inseriti in un bacino infrastrutturato. Il distanziamento dei corpi – ha commentato l’architetto milanese – non è assimilabile alla distanza delle idee e agli scambi di pensiero».

Alla platea dell’Ispi, Boeri ha ricordato «quanto le polveri sottili siano un elemento che aggrava le condizioni di difesa polmonare, esponendo i cittadini a maggior rischio» e quanto «sia essenziale il tema della biodiversità e quindi in città vadano aumentate le aree verdi e affrontato anticipatamente il tema dei flussi migratori legati al cambiamento climatico». Condizioni che impongono un ripensamento dello spazio domestico «sempre più a geometria variabile per accogliere esigenze lavorative diverse e garantire l’autonomia di chi lo abita», e con «opportunità interessanti per il mondo dell’arredo». E ancora, «non secondari saranno i luoghi del lavoro: milioni e milioni di metri quadrati obsoleti che dovranno ospitare un mix di funzioni».

Nel panel ‘Città versus campagna’ il focus si è concentrato sul tema delle aree interne: «serve ripopolare la straordinaria costellazione di luoghi dove resiste l’eredità artistica e culturale del nostro territorio. Nei piccoli centri d’altra parte c’è stato il nostro Rinascimento». Nel suo racconto Boeri ha ricordato la mostra Countryside, The Future, allestita lo scorso anno al Guggenheim Museum di New York curata da Rem Koolhaas insieme a Samir Bantal, direttore di AMO, il think-tank del suo studio OMA. «Una prospettiva che ha fatto seguito ad un altro progetto di ricerca di vent’anni fa, ‘Mutations’ che esplorava le instabili condizioni urbane che caratterizzavano il mondo all’inizio del XXI secolo».

Mostra countryside Guggenheim Museum © immagine tratta dal sito www.guggenheim.org

Quando la prossimità diventa occasione per regalare del tempo di qualità alle persone. Ezio Manzini, studioso di design per la sostenibilità è intervenuto nel panel del format Città come cultura ricordando come «la società ci abbia abituato ad essere sempre più efficienti» ma la nostra «è anche la società della solitudine e la prossimità, ad esempio con una rete di servizi dove gli sportelli offrono un momento di incontro tra le persone, è un antidoto alla solitudine. La territorializzazione della cura – ha aggiunto Manzini – è un’altra delle lezioni messe a fuoco dalla pandemia: la cura è essere in contatto».

Se il sociologo Domenico De Masi finalmente si trova a veder applicata la sua tesi dello smart working «ci voleva un pipistrello cinese per fare il miracolo» ha commentato, per Manzini «bisogna saper utilizzare l’opportunità del lavoro a distanza non per stare a casa ma per studiare soluzioni di co-working in spazi condivisi, in luoghi socializzanti, nel quartiere, dove le persone lavorano per clienti e enti diversi». E qui il riferimento è diretto alle Superilles di Barcellona, una “città in 10 minuti”.

Superilles © immagine tratta da video Vox “Superblocks” – How Barcelona is taking city streets back from cars

Perché noi intellettuali parliamo di aree interne ma viviamo in città? Il sociologo Domenico De Masi concentra la sua attenzione sulle città: «sicuramente nei piccoli centri sono inferiori i costi degli immobili, si può contare su una qualità dell’ambiente migliore e su quei rapporti ‘caldi’, quelle sfumature di ruoli e quella convivialità che è l’essenza dei paesi». Ma l’interrogativo è d’obbligo: «perché noi intellettuali ne parliamo, ma continuiamo a vivere in centro città?». Puntuali le risposte del sociologo: «mancano i servizi ospedalieri che ci sono nei centri urbani, ma anche altri tipi di servizi come librerie, ed è la fortuna di Amazon. Nei paesi mancano le novità, dove arrivano di rimbalzo. Rari i casi di interculturalità – e fa l’esempio di Riace – e poi la monotonia: i ragazzi emigrano anche dalla Costiera Amalfitana. E ancora, la città garantisce l’anonimato, è un suo pregio». Lo smartworking oggi si può fare, sulla carta esistono i modi (e le tecnologie) per decentrare le città, ma per De Masi saranno gli immigrati i primi a ripopolare i borghi e cita il caso del paese di Andrea Pontremoli, ad della Dallara, ex presidente Ibm Italia, «che ha fatto in modo che fosse cablato il suo paese, ripopolato inizialmente proprio da coppie di immigrati. Il fatto che 11 milioni di italiani siano ancora senza banda larga – sottolinea – è un problema serio, l’unico esempio che vedo di città diffusa in Italia è l’Umbria, con 700mila abitanti e i suoi quartieri, Assisi, Todi, Foligno a 15 minuti uno dall’altro, separati dal verde».

Assisi © immagine tratta dal sito Umbriatourism.it

La cultura come cura. Giovanna Melandri, presidente del Maxxi Roma è intervenuta nel talk citando Franco Arminio: «bisogna arieggiare i paesi, coinvolgere le persone del posto. Servono servizi ma anche la consapevolezza che per sua natura fa resistenza al nuovo. Bisogna portare gente nuova, agitare le acque, per avere una comunità-ruscello più che una comunità-pozzanghera». E ha ricordato il progetto del nuovo Maxxi all’Aquila, «presidio di una zona terremotata, piattaforma che può “arieggiare” nel cratere». In riferimento alla città di 15 minuti, il ragionamento si spinge sul fatto che questo modello sia la reale possibilità per fare progetti di innovazione sociale, «la città rischia di essere una periferia globale, non vanno distrutti i legami sociali, e la questione della prossimità – aggiunge Melandri – richiama il ruolo delle istituzioni culturali per un raccordo con la dimensione globale e internazionale».

MAXXI L’Aquila. Palazzo Ardinghelli 2020 © ph. Andrea Jemolo

Riscrivere un nuovo sistema tra uomo e città, un nuovo patto con la natura, e un altro con le realtà digitali. Questo in sintesi il messaggio di Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura del comune di Firenze che riportando l’attenzione sul tema della rigenerazione urbana ha citato l’esempio della Manifattura tabacchi di Firenze «quartiere cuscinetto tra il Parco della Cascine e Novoli, che diventerà un hub multifunzionale con la sede del Polimoda, alloggi per gli studenti, spazi per l’arte, negozi, ristoranti, un albergo. E per il rapporto uomo-natura – racconta Sacchi – abbiamo coinvolto Stefano Mancuso». Un caso-pilota che racconta l’applicazione di quella «città arcipelago di borghi, con spazi polifunzionali che richiamano l’idea della Friche di Marsiglia, con la dinamicità della vita spontanea».

Manifattura Tabacchi di Firenze © foto tratta dalla pagina Facebook di Manifattura Tabacchi Firenze

«Aprirsi ad una fase pragmatica e creativa» ha commentato Stefano Boeri. «Nel nostro Paese non mancano né gli architetti nè le capacità industriali, ma una metodologia nel fare urbanistica e nella collaborazione tra attori del sistema» ha aggiunto Silvia Rovere, presidente Assoimmobiliare nell’evento Ispi e Euromilano, che più in generale ha sottolineato i tre pilastri del piano Next Generation Eu: verde, digitale e inclusivo. «Lo sviluppo sostenibile delle città sarà la traduzione di questi tre obiettivi». Tobia Zevi, coordinatore del programma Global Cities per Ispi ricorda come «il tema delle città sia sulla cresta dell’onda: producono ricchezza e contraddizioni, hanno impatto diretto sul tema dell’ambiente, dell’inclusione sociale e sulla questione dei migranti. L’arrivo della pandemia ci ha imposto dei ripensamenti sul modello futuro». «Sul rapporto tra pubblico e privato e sulla della relazione tra funzioni obbligate legate alle attività lavorative, e altre più soft, libere e casuali delle relazioni informali si gioca la sfida» ha commentato Luigi Borrè, presidente di Euromilano (Euromilano, inoltre, ha da poco pubblicato un volume sul tema architettura e narrativa noir).

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