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Rassegne di moda British. Protagonisti, contenuti e tendenze

Buy less, buy better, make it last. Il motto di Dame Vivienne Westwood


Non solo red carpet per il mondo della British Fashion. Dalle passerelle ai musei della capitale: dello scorso anno il racconto di Rebel: 30 Years of London Fashion al Design Museum e il prossimo giugno l’inaugurazione di Naomi: in Fashion (22 giugno-6 aprile 2025) al Victoria and Albert Museum rivolto ai quarant’anni di carriera della nota figura nel mondo della moda.


Episodi che vanno al di là dei confini della capitale e delle gallerie d’arte e che lo scorso 23 marzo hanno visto il vernissage della mostra dal titolo: Icons of British Fashion dedicata ai grandi della couture d’oltre Manica, allestita negli interni dello storico Blenheim Palace, residenza settecentesca dove nacque Sir Winston Churchill.


Un luogo ameno nella campagna dell’Oxfordshire, con oltre 300 anni di storia, dove fino al prossimo 30 giugno i brand e i designer della moda britannica saranno protagonisti. E la creatività di Dame Vivienne Westwood (1941-2022), ci accoglie nel Great Hall del Palazzo, riconosciuto come Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Un’opportunità per celebrare le opere disegnate dalla celeberrima stilista, qui in collaborazione con il partner Andreas Kronthaler, da sempre segnate da un carattere rivoluzionario capace di mettere in discussione regole precostituite e consuetudini tradizionali.

Anima ribelle e icona della moda d’oltre manica per più di cinque decenni, svolse un ruolo pionieristico per l’estetica punk negli anni Settanta e fu autrice della nota collezione “Pirate” nel 1981 a cui fecero seguito infinite creazioni di successo accompagnate dal suo attivismo politico e impegno per l’ambiente e sostenibilità nel mondo dell’abbigliamento. “Buy less, buy better, make it last” lo slogan che Dame Vivienne Westwood pronunciò in molteplici occasioni.

E il percorso prosegue attraverso le sale di Blenheim Palace dove ad ogni designer viene dedicata la scenografia di un interno, punti d’incontro tra le opere d’arte dell’istituzione e le griffe.


In mostra i lavori di Jean Muir, Terry de Havilland, Bruce Oldfield, Turnbull & Asser, Zandra Rhodes, Lulu Guinness, Barbour, Alice Temperley, Stella McCartney e Stephen Jones Millinery per Christian Dior.


«Blenheim Palace rappresenta per la moda una storia densa di eventi. Qui abbiamo condotto sfilate, servizi fotografici e molti stilisti sono stati ospiti della famiglia nel corso degli anni. Christian Dior – spiega Kate Ballenger, responsabile del complesso e curatrice delle sue collezioni d’arte e mostre – presentò due defilé nel 1954 e nel 1958 a favore della Croce Rossa, per poi ritornare nel 2016 con la sua Cruise Collection. Cecil Beaton realizzò servizi fotografici con la famiglia e nel corso degli anni siamo stati la location per campagne pubblicitarie di marchi diversi».

In prima fila i tagli precisi, puri ed eleganti degli abiti di Jean Muir, celebrati per la ricercatezza dei loro dettagli. Vestiti definiti come elementi “stand alone”, tra cui appare il riconoscimento del Dress of the Year al Bath Fashion Museum nel 1979.

Tra i brand della British Fashion il successo delle calzature di Terry de Havilland, autore delle scarpe per il classico cult Rocky Horror Picture Show e per i sandali Zap Pow in stile pop art, su misura e dipinte a mano, per il tour di Amy Winehouse nel Regno Unito.

Tradizione e sartoria, i temi che caratterizzano lo spazio con le realizzazioni di Turnbull & Asser, attivi nel presentare una collezione ispirata da Sir Winston Churchill, personaggio storico di grande rilievo che nacque a Blenheim Palace 150 anni fa. «Ho sempre visto Churchill come un’icona della moda – prosegue Kate Ballenger – Winston Churchill non ha mai tenuto nascosto il proprio talento, sia politicamente che sartorialmente. Era un uomo con occasioni ed era dotato di un particolare senso dello stile. Dai suoi completi perfetti a riga di gesso, papillon, copricapo meravigliosi, fino alla creazione della Siren suit. La moda era una proiezione della sua personalità e veniva usata per evocare fiducia».


Una Siren suit, indossata non solo per la praticità che offriva ma anche come emblema di comunicazione verso le masse, in particolare la working class a cui voleva riavvicinarsi per ottenere il loro supporto.


Ispirato da Winston Churchill anche il contributo della modisteria di Stephen Jones per Christian Dior, attivo nel disegnare accessori e un berretto da smoking in velluto con le sue iniziali.

Protagonisti della Red Drawing Room del palazzo, conosciuta anche come l’Entertainment Room, le silhouettes degli abiti di Zandra Rhodes indossati da manichini vintage. Modelli che introducono i 50 anni di carriera della stilista, famosa per le sue stampe tessili. Un’artista che all’inizio della sua professione sentì l’influenza dell’artista Pop Roy Lichtenstein, di Andy Warhol e del designer tessile Emilio Pucci.

Figura di spicco degli interni della Long Library a Blenheim Palace, sono le creazioni di Stella McCartney, che nel 2001 lanciò l’omonima casa di moda, ai tempi in una joint venture con Gucci Group. Una designer rivoluzionaria che fin dal primo giorno della propria carriera decise di non impiegare materiali di origine animale nei propri capi, abolendo la pelle, le piume, il cuoio e le pellicce dalle realizzazioni. Un marchio dove i principi della sostenibilità insieme a quelli di innovazione e avanguardia appaiono sempre più in prima linea per la selezione di materiali, filiere e partnerships. E tra i capi per gli esterni, gli iconici Barbour noti per le loro inconfondibili cerate. Un’occasione per conoscere a fondo il marchio e coloro i quali lo indossano: dagli agricoltori alle star dello spettacolo.

In copertina: Icons of British Fashion ©Pete Seaward  

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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