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San Gavino, il paese in cui il muralismo sardo incontra la street art

Il piccolo centro del Medio Campidano ha rinnovato il linguaggio del realismo sociale tramite la creatività contemporanea


Il muralismo sardo come linguaggio della rigenerazione, più che urbana, umana. Un calcio allo spopolamento con i colori dell’espressione artistica. Il primo che fece conoscere i murales dell’isola al mondo fu il fotografo italo-argentino Pablo Volta, che da Parigi dove lavorava in Rai si trasferì a San Sperate, nel sud Sardegna, attratto dal genio dello scultore delle pietre sonanti Pinuccio Sciola.

Di solito a essere associata per prima con il termine muralismo sardo è la città di Orgosolo, situata nella zona montuosa di Barbagia nel cuore dell’isola, dove grazie al pittore senese Francesco Del Casino furono create opere che riprendevano lo stile cubista e i codici espressivi dei muralisti messicani degli anni ‘20. Come precursore, però, bisogna indicare il paese di San Sperate. Oggi in Sardegna paesini sempre nuovi chiedono agli artisti di catturare sulle pareti le loro storie e i loro costumi, ma anche le loro battaglie.

San Sperate prima, Orgosolo poi, oggi San Gavino Monreale. Con una grande novità. Infatti, il paese di appena oltre 8mila abitanti nella pianura del Campidano dove ancora oggi si trovano le costruzioni tradizionali in terra cruda (fango), ha saputo reinterpretare il linguaggio del realismo sociale e integrarlo con i segni della street art contemporanea.

Uno degli ultimi disegni sui muri è di Manu Invisible, l’artista mascherato noto per la sua firma in contesti urbani fatiscenti, lungo le strade a pedaggio e sui cavalcavia, ma i nomi sono tanti e provengono da tutto il mondo.


La collezione a cielo aperto è nata dal basso e tutto fa capo all’Associazione culturale Skizzo che ha riflettuto come l’attività di riqualificazione potesse passare attraverso i segni dell’arte.


Arte per costruire un nuovo pensiero sui luoghi senza cancellare le risorse materiali e intellettuali destinate alla produzione di cultura, ma anzi rinforzandole coinvolgendo giovani artisti e i vecchi del paese. Un percorso intergenerazionale ricco di memoria, di esperienze, di resilienza.

«La scintilla è stata scatenata da un evento negativo: la morte di un nostro caro amico nel 2013, Simone Farci, ma la leva è stata data da una nota positiva: San Gavino è il paese natale di Giorgio Casu, artista e mentore. Un artista sardo contemporaneo con una visione internazionale e base a New York», racconta Riccardo Pinna, fondatore ed ex presidente storico dell’associazione. Le sue opere su tela sono state vendute in tutto il mondo e i coloratissimi murales in larga scala si possono trovare nei luoghi più disparati tra Messico, Stati Uniti (a Miami, New York e Los Angeles) e poi Costa Rica, Serbia, India e Australia. «San Gavino come spazio di dialogo senza conformismo grazie alla forza della comunità guardano l’arte contemporanea. Qui sono venuti Crisa, Tellas, Casciu, Zed1, Ericailcane, Spaik, Gabriel Moreno, solo per citarne alcuni. L’operazione ha coinvolto moltissime associazioni culturali e contagiato altri paesi dell’isola, Macomer, Cagliari, Tinnura, un paesino museo dove tanti anni fa si è trasferita Pina Monne artista eclettica, autrice affermata e riconosciuta di murales e di ceramica. Il paese è stato scenario di incontri artistici importanti e di sperimentazioni» spiega Pinna.

È chiaro che San Gavino, con una disoccupazione quasi al 20%, non ha risolto i suoi problemi cronici della mancanza di lavoro, ma quel pattern geometrico che unisce le trame dei tappeti tradizionali sardi alle forme avanguardiste fino ai colori bizzarri e agli stili più diversi dei murales presenti ovunque, ha ridato alla gente che vive quei vicoli e quelle strade, che abita quelle case dagli ampi cortili soleggiati, un nuovo modo di intendere il proprio futuro.

In copertina: Claudia Filigheddu, Tèssere

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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