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Architetture parlanti: 40mila km di barriere che dividono il mondo

Nel libro di Silvia Dalzero un’analisi dei nuovi muri a livello globale


In uno dei momenti storici più complessi e frammentati dal punto di vista della geopolitica internazionale, con diverse zone del mondo teatro di conflitti, scontri e tensioni, ci sono volumi preziosi che vengono in aiuto per comprendere quello che sta accadendo.

Tra questi, anche una delle novità di Iuav/LetteraVentidue, dal titolo “Nuovi muri. Il ritorno di un’antica figura nei territori del mondo” (pp. 204). Una ricerca tra confini e barriere, curata da Silvia Dalzero, che ne indaga origini, sviluppi, e ripercussioni, non solo da un punto di vista geografico, ma anche politico e architettonico.


Si scopre così che, ad oggi, i muri che dividono diverse zone del mondo arrivano a 40mila chilometri, una lunghezza sufficiente a coprire la circonferenza della Terra.


Se Check point Charlie a Berlino è diventato un luogo quasi cinematografico dove scattarsi una foto e le fondamenta del muro guidano in un percorso alla scoperta della città, a quello che doveva essere “l’ultimo muro della storia”, come scrive l’autrice nella prefazione, sono seguite altre 70 barriere a livello globale (erano 15 nel 1989). E la situazione non accenna a migliorare: la campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti si gioca ancora sul famoso muro con il Messico – uno dei grandi cavalli di battaglia di Donald Trump, e che l’amministrazione Biden ha solo in parte bloccato –, solo in Europa e nell’area Schengen ne sono stati costruiti quasi 1.000 km per contrastare il flusso migratorio, e con la guerra in Ucraina che ha spinto la Finlandia a iniziare la costruzione di una barriera con la Russia. Come dimostra Dalzero, dall’Europa all’Asia, dal Medio Oriente all’Africa, l’erigere confini non accenna a diminuire.

Il volume, corredato da oltre 40 mappe disegnate ad hoc per ogni muro, ne spiega in modo dettagliato l’anno di costruzione, la lunghezza, i varchi d’entrata, i campi profughi laddove presenti e la storia e l’evoluzione di quel particolare ‘limite’. Ma l’analisi di Dalzero non si ferma qui.


Di ciascuna barriera sono elencati i materiali – cemento, filo spinato, recinzioni elettrificate e altri –, gli effetti sul territorio e sulla popolazione che ne vive a ridosso.


Un esempio è il muro tra Israele e la Cisgiordania, che «si spinge per lunghi tratti oltre la Linea Verde includendo anche colonie israeliane popolate da circa 600mila coloni e sconfina, di fatto, per l’85% in Cisgiordania causando gravi problemi sia ambientali e sia di sfruttamento agricolo economico».

O ancora Baghdad, oggi divisa da una serie di barriere “anti-esplosione”, che dividono le zone shiite da quelle sunnite. Un simbolo, dice dell’autrice, di come materiali, forme e strutture di divisione e partizione siano «il lessico di un mondo che si chiude e si fortifica».

Il muro tra USA e Messico © Silvia Dalzero

Le enclavi spagnole in territorio africano Ceuta e Melilla, sono protette da un muro di oltre 10 metri di altezza con una novità a livello di materiali – se così si può dire – non solo filo spinato e reticolato, ma anche «una barriera cilindrica in acciaio del diametro di oltre mezzo metro che rende praticamente impossibile per i migranti trovare gli appigli necessari per passare dall’altra parte».

Questi “edifici della paura”, come sono stati definiti dall’Istituto Transnazionale di Amsterdam, diventano essi stessi un elemento architettonico che in alcuni casi ha modificato – come con la formazione di insediamenti o di campi profughi anche permanenti – l’urbanizzazione dei luoghi dove sono stati eretti.


Nati per proteggere o per escludere, gli odierni muri sono diventati simbolo di differenze etniche, sociali ed economiche.


Il loro «stravolgimento architettonico» come lo chiama Dalzero, viene dato dall’utilizzo di nuovi materiali e dalle dimensioni che li rendono dei veri “dispositivi fisici” di organizzazione dello spazio. Fulcro di uno studio accurato, diventano così luoghi di nuove urbanità che ad essi fanno riferimento, in una situazione in cui «l’architettura interattiva, che cambia a seconda della cittadinanza di chi lo attraversa, è architettura biopolitica per eccellenza che si dimostra più o meno porosa».

Il secolo della globalizzazione con la sua illusione di fluidità non è stato altro che un secolo di frammentazione, temporale e culturale ma soprattutto spaziale, che ha sempre più evidenziato chi è “dentro” e chi “fuori”, chi è straniero e chi è autoctono, chi si difende e chi “minaccia”. Le comunità che vivono in questi insediamenti destrutturati, li chiama Dalzero, diventano arcipelaghi, isole, enclave isolate dai territori nei quali si trovano, ma che possono costituire anche nuove forme di abitare.

In copertina: Il muro tra USA e Messico © Silvia Dalzero

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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