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Natura e cibo slow. Valle d’Aosta, fra paesaggi e tradizioni culinarie

Dove andare, cosa vedere, cosa mangiare (e dove)


Nell’attesa di poter tornare a viaggiare in libertà, Pantografo propone una selezione di itinerari per cominciare a immaginare quali potrebbero essere le prime località da raggiungere una volta superato il pericolo della pandemia da Coronavirus. Mete italiane, quelle scelte, e per due ragioni: sostenere gli albergatori, i ristoratori, i produttori e tutti i soggetti legati al turismo che in questo momento stanno soffrendo per le misure di contenimento necessarie a limitare i contagi e, ancora, promuovere la conoscenza di luoghi e prodotti alimentari (ma anche piatti tipici) meno conosciuti rispetto a quelli di fama più consolidata.


La Valle d’Aosta è il punto di partenza. Oltre ai suoi scenari paesaggistici ed enogastronomici più noti (Courmayeur, Cervinia, La Thuile da un lato, Fontina, Fromadzo, Jambon de Bosses, Lardo d’Arnad, Boudin, Saouseusse e Motzetta dall’altro), la Regione offre la possibilità di esplorare tanti itinerari ricchi di sorprese per la vista e il palato.


Merita certamente una gita l’alta Valle del Lys, testimonianza della storia e della cultura del popolo Walser, giunto dalla Svizzera tedesca tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo e poi radicatosi fra la Valle d’Aosta e il Piemonte. Ancora oggi è possibile immergersi in un contesto intatto la cui architettura è in parte diversa da quella delle località circostanti. La tipica casa Walser è costruita in pietra e legno di larice con balconate esterne protette dall’aggetto della copertura e concepite come soppalchi disposti intorno all’abitazione, elementi utilizzati per essiccare i prodotti agricoli. In zona ci sono alcune opere che reinterpretano in chiave moderna il linguaggio dell’architettura Walser. Fra queste la Casa Capriata a Gressoney-Saint-Jean, ideata dall’architetto Carlo Mollino nel 1954 e portata a termine a distanza di sessant’anni grazie a un gruppo di ricercatori del Politecnico di Torino. Sempre a Gressoney-Saint-Jean si trova poi il Castello Savoia, dimora estiva della Regina Margherita costruita all’inizio del Novecento. Ancora, nella stessa valle, a Issime, è possibile visitare la Chiesa di San Giacomo, risalente al XII secolo e completamente ricostruita alla fine del Seicento, mentre Gaby è nota per la sua architettura rurale.

Castello Savoia, Gressoney-Saint-Jean. ph. © Enrico Romanzi. Cortesia: Archivio Regione Autonoma Valle d’Aosta

A circa un’ora di auto da Gressoney-Saint-Jean, sebbene molto vicino in linea d’aria, si trova un’itinerario suggerito dal Ministero dei Beni Culturali pensato per far scoprire ai visitatori quell’architettura per le vacanze che il miracolo economico degli anni Sessanta rese possibile. E così, partendo da Brusson, dove si trova la Colonia Olivetti di Claudio Conte e Leonardo Fiori, è possibile raggiungere Rascard Garelli, casa di vacanza privata, opera di Carlo Mollino a Champoluc, oltre che l’Albergo – Rifugio Pirovano di Franco Albini e Luigi Colombini a Valtournenche. A questo proposito, un viaggio a parte, sostanzialmente dedicato, meritano i rifugi d’alta quota. Di particolare interesse quelli realizzati o ristrutturati recentemente, come il Rifugio del Goûter e il Monte Rosa Hutte, rispettivamente pochi chilometri oltre il confine con la Francia e con la Svizzera (vale assolutamente la pena di sconfinare), o il Bivacco Gervasutti in Val Ferret, tutti situati fra i 2.800 e i 3.800 metri. Solo per scalatori provetti, quindi.

Ma rimenendo nella zona l’alta Valle del Lys, cosa c’è di buono da mangiare per rifocillarsi dopo una lunga camminata? Per esempio gli Chnéfflene, bocconcini di pastella cotti in acqua bollente e conditi con fonduta, panna e speck oppure con cipolla brasata. Da provare gli Chnolle, gnocchetti di farina di mais e di grano cotti in un brodo di carne di maiale e serviti come contorno ai salumi, ma anche la Fesillsüppu, zuppa di riso, fagioli borlotti e toma.

Ripartendo da Issime in un’ora di macchina troviamo la Valpelline. La zona, rimasta fuori dagli itinerari turistici più gettonati, presenta un territorio incontaminato, nel quale la natura e il silenzio dominano incontrastati. Un territorio che, per le sue caratteristiche, è adatto per coloro che amano passeggiare o fare escursionismo lontano dalla folla. La valle comprende sei comuni (Roisan, Doues, Valpelline, Ollomont, Oyace e Bionaz), piccoli villaggi che conservano interessanti esempi di architettura rurale ancora intatti. È qui che si può gustare uno dei piatti più invitanti dell’intera regione: la Zuppa alla Valpellinense, un gustoso concentrato di fontina e pane casereccio disposti a strati, bagnato con brodo di carne e verza, cotto in forno con cannella e burro. Esiste anche una sagra dedicata alla gustosa zuppa, simbolo della cultura gastronomica dell’area, che si svolge durante l’ultimo fine settimana di luglio in occasione della festa dedicata al patrono della valle.

Spostandosi verso il massiccio del Gran Paradiso, una sosta a Cogne può essere l’ideale per chi ama l’archeologia industriale. Qui si trova infatti il complesso minerario di Colonna con il villaggio dei minatori e la ferrovia che consentiva di collegare Cogne con le acciaierie di Aosta attraverso la galleria del Drinc, un tracciato ferroviario di dodici chilometri. Chiuso definitivamente alla fine degli anni Settanta, continua a essere oggetto di attenzione per una possibile riconversione che, a partire dalla memoria, ne consenta un nuovo utilizzo. Non è un caso che il complesso sia annoverato fra “I Luoghi del Cuore”, il censimento dei siti italiani da non dimenticare condotto dal FAI – Fondo Ambiente Italiano.
I piatti tipici di Cogne sono, oltre alla Seupetta, zuppa a base di riso e fontina DOP, il Mécoulin, simile a un panettone con uvetta, scorza di limone e rhum, e la Crema al cucchiaio a base di panna, zucchero, cioccolato fondente e rhum. Da non perdere, proprio all’inizio della Valle di Cogne, la Favò di Ozein, piatto a base di fave, fontina, pane nero abbrustolito nel burro, salsiccia, pancetta e pasta, celebrato dall’omonima sagra di fine luglio.

Cogne, ph © Enrico Romanzi. Cortesia: Archivio Regione Autonoma Valle d’Aosta

A Saint-Oyen, nella valle del Gran San Bernardo, soprattutto per gli amanti dei salumi, non può mancare un assaggio di Jambon alla brace, prosciutto cotto leggermente affumicato, cosparso con un battuto di erbe aromatiche e rosolato lentamente allo spiedo su enormi bracieri, continuamente annaffiato di vino durante la sua cottura. Ancora una volta, una sagra ne celebra la bontà durante la prima domenica di agosto. Dopo essersi rifocillati, ma anche prima, merita una visita lo Château-Verdun, casaforte medievale che per oltre mille anni ha accolto i pellegrini della Via Francigena, e che oggi, affidata alla Diocesi di Aosta, continua a offrire ospitalità a chi cerca quiete e serenità.

Saint-Oyen, ph © Enrico Romanzi. Cortesia: Archivio Regione Autonoma Valle d’Aosta

E per chi ama le passeggiate, non può mancare una visita alle tre gole di Hône, nel sud ovest della Valle d’Aosta: si tratta della Goille de Valieta, della Goille de la Teua e della Goille dou Breh, tre cascate che si trovano lungo un torrente incassato in una gola, visitabili tramite una passerella e un sentiero attrezzato. Al ritorno sarà il caso di rinfrancarsi con la Micòoula, pane dolce tipico di Hône a base di farina integrale di frumento e di segale, castagne, uvetta, fichi secchi, burro, uova, sale, zucchero. Non ve ne pentirete.

Micoula, ph. © Stefano Venturini. Cortesia: Archivio Regione Autonoma Valle d’Aosta

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In copertina: Costumi di Gressoney. Ph. © Enrico Romanzi. Cortesia: Archivio Regione Autonoma Valle d’Aosta

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