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Perché parlare di architettura in luoghi martoriati come la Siria o il campo di Calais?

L’esperienza di due architetti intervistati da Kim Chakanetsa all’interno del programma radiofonico BBC Conversation


La Siria e il campo profughi di Calais, smantellato circa un anno fa e conosciuto come la ‘giungla’, di primo acchito mostrano pochi punti in comune, se non l’evidente precarietà delle condizioni di vita. Da una parte centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati, un paese distrutto che tornerà ai livelli precedenti alla guerra civile fra non meno di trent’anni che, se già sono tanti, in un’area come quella mediorientale sono un’eternità. Dall’altra una città sorta dal nulla e abitata quasi totalmente da migranti e rifugiati, dove i servizi sono pressoché inesistenti e le strutture più solide sono rappresentate dai container messi a disposizione da Ong e Croce Rossa Internazionale.

Due architetti, una siriana e l’altra irlandese, con le loro testimonianze hanno evidenziato un punto comune fra le due realtà nelle quali hanno vissuto e lavorato: lo stretto rapporto fra architettura e società. L’argomento non è certo nuovo, come testimoniano diverse iniziative in Italia e nel mondo. Il workshop W.A.Ve, organizzato dall’Università IUAV di Venezia sul tema delle possibili vie della ricostruzione della Siria post guerra civile, attraverso un confronto fra studenti e architetti di fama internazionale, ne è un esempio.

Rovine del quartiere Baba Amr (Homs, Siria)

La particolarità delle testimonianze di Marwa al-Sabouni e Grainne Hassett però, è data dalla profonda conoscenza, derivante dalle forti esperienze vissute, riguardo le dinamiche sviluppatesi in Siria ed a Calais,. Le due, intervistate da Kim Chakanetsa all’interno del programma BBC Conversation, hanno raccontato non solo il proprio punto di vista, ma anche la speranza per un futuro migliore.

Ma perché parlare di ambiente costruito in situazioni dove non è nemmeno garantita la sopravvivenza? Marwa al-Sabouni ha le idee chiare e le ha messe nero su bianco nel suo libro ‘The battle for Home: the vision of a young architect in Syria’. Secondo la giovane donna siriana infatti, una delle cause profonde del conflitto che sta dilaniando il suo paese è da ricercare nella volontà di creare una società divisa in cittadini di serie A e di serie B, che si è rispecchiata nell’edilizia. Come spiegare altrimenti, sostiene al-Sabouni, la costruzione di interi quartieri senza servizi, dall’altissima densità e senza spazi pubblici adatti alla socializzazione, abitati quasi esclusivamente da sunniti, un gruppo religioso minoritario della popolazione?

“Vecchi luoghi come i suq (mercati tipici del mondo arabo ndr) avevano un ruolo importante nel far interagire le persone le une con le altre – sottolinea l’architetto siriano –. Abbiamo bisogno di enfatizzare questo per riportare la vita nelle nostre città e non costruire dei quartieri-ghetto isolati”.

L’architettura è uno specchio della comunità e in quello specchio si può vedere cosa non va e cercare i suggerimenti necessari per sistemare le cose

Marwa al-Sabouni

La sua idea per la futura ricostruzione della Siria va proprio in questa direzione. Quando le Nazioni Unite hanno pubblicato un bando per ridisegnare il quartiere distrutto di Baba Amr, uno dei punti nevralgici della rivolta contro il regime, al-Sabouni ha presentato il suo progetto dal nome ‘Tree units”. Ispirato al Moshe Safdie’s Habitat 67 di Montreal, si componeva di moduli interconnessi con la possibilità di collegamenti interni sia orizzontali che verticali. Il governo ha respinto il suo progetto.

Il racconto dell’esperienza vissuta d’altro canto da Grainne Hassett, comincia subito dallo shock iniziale: “Appena arrivata al campo di Calais, mi sono trovata di fronte ad una situazione post-apocalittica. Migliaia di persone avevano a disposizione quattro tubi per l’acqua, 30 bagni, le strade erano fangose e, a tutto ciò, si aggiungeva una sensazione di totale disorganizzazione. C’era una cosa però che nei campi dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite (UNHCR) non avevo mai visto – continua l’architetto –. Erano stati costruiti bar, ristoranti, chiese, moschee, una libreria e perfino una stazione radio. In poche parole luoghi per la socialità, elementi che esprimevano una necessità profonda per ogni essere umano, anche in una situazione fortemente disagiata come quella. Spazi totalmente assenti in realtà più ordinate quindi, ma anche più ‘asettiche’ per così dire”.

 

Vista aerea della Giungla (Calais, Francia)

 

La Hassett, professore di architettura all’Università di Limerick, ha quindi deciso di impegnarsi nella progettazione e realizzazione di una serie di strutture all’interno del campo, sgomberato dalle forze di polizia francesi fra ottobre e novembre del 2016. Grazie anche all’aiuto dei volontari di diverse Ong, sono stati costruiti un centro per le vaccinazioni, uno per donne e bambini e alcuni luoghi di aggregazione per i giovani. Ispiratasi ai lavori dell’architetto giapponese Shigeru Ban, vincitore del Pritzker 2014, l’obiettivo principale della progettista irlandese è stato quello di creare delle zone in grado di dare l’impressione di trovarsi a chilometri di distanza dal freddo e dal caos della ‘giungla’.

Ma in che modo il campo ha subito le influenze delle tante culture diverse presenti a Calais? “La necessità di ricreare spazi familiari ha fatto sì che, ad esempio, le famiglie sudanesi avessero costruito i propri ripari attorno ad un’area destinata ai pasti comuni. Gli afgani invece hanno avviato diversi ristoranti lungo quella che è piano piano diventata la via commerciale del campo e di conseguenza un luogo d’incontro. La comunità eritrea infine ha creato un locale notturno in una struttura a forma di cupola e in grado di essere ampliata durante il giorno, fungendo così da teatro”.

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