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Accessibilità, sostenibilità e uguaglianza: ecco le “visioni di città” del futuro

Chiusa a Torino la IV edizione di Utopian Hours. Il commento di Ballarini, organizzatore del festival : «Grande successo di numeri, oltre le aspettative»


Città femministe, città riscoperte, città a misura di nuotatori, skaters e co-abitanti. Sono tanti e diversi tra loro, ma con il comune denominatore dell’accessibilità, della sostenibilità e dell’uguaglianza, i modi di immaginare, vivere i centri urbani. Questo quanto emerge dalla 3 giorni torinese Utopian Hours, il festival internazionale di city making curato da Torino Stratosferica, giunta quest’anno alla sua quarta edizione – e forse l’ultima manifestazione in presenza prima dell’ultimo decreto legge di domenica 25 ottobre che, per il momento, ha messo fine a tutta la convegnistica se non in formato digitale.

©Federico Masini

E proprio la crisi sanitaria dovuta al Covid 19 è stata un altro fil rouge che ha legato gli interventi di tutti i partecipanti, dai meno visionari – come l’esperienza di co-housing Homers – ai più visionari, per esempio le città galleggianti di Oceanix. Quest’ultimo progetto curato del celebre studio d’architettura BIG (Bjarke Ingels Group) e ideato dall’imprenditore Marc Collins Chen (75 isole galleggianti auto-sostenibili da 10mila abitanti l’una, interamente ecologiche e in armonia con gli ambienti acquatici). Le proposte dei relatori, infatti, non hanno fatto che evidenziare quanto la pandemia abbia accelerato processi o acuito problemi già presenti nella società.


Soddisfatto anche Luca Ballarini, organizzatore del festival, «Abbiamo avuto un ottimo successo. Buoni i numeri nonostante l’emergenza: 800 partecipanti presenti di persona al festival, 1800 persone collegate al live streaming nei tre giorni della kermesse».


Andreas Ruby ©Federico Masini

Cinquanta tra architetti, urbanisti, accademici, imprenditori e, perché no, anche critici gastronomici – come Luca Iaccarino, intervenuto nel panel dei Torinesi brillanti – che si sono alternati sul palco e sullo schermo della Centrale della Nuvola Lavazza, portando progetti, idee e suggestioni riguardanti il place making. Un place making che, come ha sottolineato la geografa femminista Leslie Kern, a prima vista nulla può avere a che fare con le questioni di genere, ma che può essere messo in discussione in termini di accessibilità degli spazi pubblici alle persone più deboli, come anziani e disabili. E soprattutto in quelle aree normalmente deputate alle “cura”, come la casa, appannaggio quasi esclusivo femminile, che invece andrebbero ripensate in chiave inclusiva. «Un viaggio – l’ha definito Kern – un processo, un set di valori attorno ai quali potremmo disegnare le nostre città, indirizzando il placemaking nella giusta direzione».

 

Città ma anche campagna, un tema questo emerso in vari interventi, da quello di Karen Rosenkranz, l’etnografa autrice del libro City Quitters, che ha analizzato cause e processi per cui artisti di diverse parti del mondo decidono di abbandonare le città per vivere nelle zone rurali, a Samir Bantal di AMO, che con Rem Koolhaas è curatore della mostra Countryside. The Future che esplora la storia e il futuro degli spazi di campagna. O città come Tulsa, in Arizona, che pagano le persone per andare a vivere nel loro centro urbano.


Critico invece del ritorno ai borghi, uno dei grandi temi dell’era Covid in Italia, Carlo Ratti, fondatore del MIT Senseable City Lab, che nel suo intervento, oltre a ribadire l’importanza dell’asse Milano-Torino e della collaborazione, se non fusione, tra i due Politecnici, ha dichiarato «Io al borgo non credo, se ti piace musica, teatro, sushi, allora dopo un paio di settimane in un borgo ti stufi».


©Federico Masini

Forse fuori dal coro, ma non per la profondità dei suoi studi, la relazione di Juan Du, professoressa alla Hong Kong University, che ha sfatato pezzo per pezzo il mito della Shenzhen nata dal nulla quando fu resa la prima zona economica speciale nel mondo alla fine degli anni ’70, e oggi megalopoli del sud della Cina che conta oltre 12 milioni di abitanti, simbolo del successo economico-finanziario cinese. I suoi studi dimostrano invece il contrario, cioè che Shenzhen è potuta diventare ciò che è perché si è installata su un vibrante substrato sociale, culturale, e storico, fatto di 2mila villaggi di pescatori i cui “villaggi urbani” oggi ancora sopravvivono nella città. Un altro esempio, quindi, di “città immaginata”, anche dal basso.

Spazio anche agli skaters di Léo Valls, sempre alla ricerca di spazi skate-friendly, e ai nuotatori urbani svizzeri, protagonisti dell’intervento e di una mostra al Museo svizzero di architettura di Basilea, curata dal direttore Andreas Ruby. Quattro le città coinvolte nello studio, Ginevra, Basilea, Zurigo e Berna, che hanno fiumi balneabili e frequentati dalla popolazione come luoghi di svago e socialità.


Luoghi sottratti a developer privati e a processi di gentrificazione, dove lo spazio pubblico diventa vero simbolo di uguaglianza di genere, sesso, età e status sociale, nonché importanti presidi contro il surriscaldamento dovuto al cambiamento climatico, grazie all’evaporazione dell’acqua che limita la formazione di isole di calore.


Juan Du ©Federico Masini

Lato Torino, invece, l’imprenditore Fabrizio Rostagno ha mostrato in anteprima il progetto di riqualificazione del Motovelodromo di corso Casale, da molti anni in stato di abbandono. Il progetto, curato dall’architetto Armando Baietto, vedrà l’impianto sportivo tornare alla sua vocazione originaria degli anni ’30, con gli sport tradizionali affiancati dal beach volley e dal padel, ma che vorrà anche essere luogo di attività di aggregazione e di “cintura” urbana e culturale tra il centro e la frastagliata Circoscrizione 7.

Appuntamento quindi a Torino, si spera a pandemia finita, dal 15 a al 17 ottobre 2021, per la quinta edizione di Utopian Hours.

Immagine di copertina ©Federico Masini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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