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Dopo le smart cities: come l’Internet of things rivoluzionerà l’urbanistica

L’intelligenza artificiale cambierà progettazione ed erogazione dei servizi pubblici. Ma serviranno nuove professionalità


Dalla smart city all’intelligent city: è sull’adozione delle piattaforme di intelligenza artificiale che sono puntati i riflettori delle amministrazioni pubbliche. E c’è già chi sostiene che sarà proprio l’AI a rivoluzionare la progettazione e l’erogazione di servizi innovativi a cittadini e imprese, e soprattutto a dare una spinta alla pianificazione “intelligente” di trasporti e mobilità, alla gestione ottimale dell’impiantistica pubblica a partire dai sistemi di illuminazione e di videosorveglianza, di quelli idrici ed energetici, così come anche alla riorganizzazione della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti e al monitoraggio dell’inquinamento.

Una manna per molti sindaci, in particolare quelli delle grandi città, alle prese con situazioni che si sono fatte emergenziali soprattutto sul fronte del congestionamento del traffico. Alla sfida della transizione digitale – che ha aperto le danze ormai da anni alla progettazione delle città in chiave smart, anche se la partita è ancora tutta da giocare – si è ora aggiunta quella green che in concreto si traduce nel raddoppio delle opportunità ma anche delle complessità. Ed è qui che entra in campo l’intelligenza artificiale: l’utilizzo di piattaforme predittive basate sul machine learning e sull’elaborazione in tempo reale di enormi moli di dati è la strada ormai tracciata.

Secondo stime di Guidehouse Insights il mercato mondiale delle applicazioni di intelligenza artificiale nell’ambito delle smart city raggiungerà i 6,5 miliardi di dollari entro il 2032 dagli attuali 693 milioni, con un tasso di crescita annuale di oltre il 28 per cento. Un incremento spinto anche e soprattutto dall’adozione massiccia di sensori, quelli della generazione Internet of things.


A tal proposito dai dati dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano emerge che il mercato Iot italiano ha raggiunto nel 2022 un giro d’affari da 8,3 miliardi di euro, un incremento del 13 per cento sull’anno precedente.


E la quota relativa alle soluzioni Iot per le smart city è pari a 830 milioni, in crescita del 14 per cento sul 2021, quando si assestava a 730 milioni.

E oltre ai dati dei sensori è possibile integrare nelle piattaforme anche quelli degli smartphone per capire come si muovono le persone, quali sono le zone più congestionate e quali i quartieri in cui è necessario rafforzare servizi. Il Gruppo Ferrovie dello Stato e Vodafone Business hanno annunciato un progetto nazionale per studiare le abitudini di mobilità degli italiani grazie all’utilizzo dei dati provenienti dalla rete mobile, con l’obiettivo di monitorare l’evoluzione e le esigenze del settore dei trasporti e pianificare al meglio gli investimenti nelle infrastrutture e nei servizi, anche e soprattutto per una migliore gestione delle stazioni.

«La raccolta dei dati che ci arrivano dalla rete, elaborati dall’intelligenza artificiale, ci dà la possibilità di leggere lo spazio fisico: le città e i bisogni delle comunità, in tempo reale. Pensiamo solo a quanto siano importanti i report sulla mobilità se dobbiamo ripensare un centro urbano in chiave di sostenibilità», ha sottolineato in una recente intervista a la Repubblica l’architetto e urbanista nonché direttore del Senseable city lab del Mit (Massachusetts Institute of Technology) Carlo Ratti. «Le tecnologie digitali ci aiutano a realizzare progetti architettonici e urbanistici in grado di rendere le nostre città più sostenibili, ma anche più efficienti. Dobbiamo lavorare perché la tecnologia sia legata alla sostenibilità ambientale e ai bisogni delle persone».

Se è vero che l’innovazione tecnologica rappresenta il pilastro portante per l’avvio di nuovi progetti bisognerà però fare i conti con la mancanza di esperti: la pianificazione urbana di nuova generazione basata sull’intelligenza artificiale richiederà l’utilizzo di grandi serie di dati e di modelli computazionali sofisticati, quindi di professionisti dotati di competenze in materia di data science nonché manageriali, abbinate naturalmente a quelle più tradizionali legate alla conoscenza della materia urbanistica. Una sfida non da poco, considerato che le professionalità sono tutte ancora da costruire a livello nazionale e internazionale.

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