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Wes Anderson apre gli archivi: al Design Museum di Londra il mondo segreto dei suoi film

Costumi, modelli e oggetti salvati dai set raccontano trent’anni di cinema artigianale, tra precisione maniacale e poesia visiva.

Nel panorama della creatività contemporanea, i musei si affermano sempre più come laboratori interdisciplinari, capaci di intrecciare linguaggi visivi e sperimentazioni narrative. Molte istituzioni scelgono di ampliare il proprio orizzonte espositivo, accogliendo protagonisti del mondo del cinema e trasformando le gallerie in spazi dove il design incontra la settima arte. Le mostre diventano così esperienze immersive: cortometraggi, installazioni video e documentari dialogano con oggetti, bozzetti e prototipi, dando vita a racconti multisensoriali.


Tra le realtà più dinamiche in questa direzione, il Design Museum di Londra si distingue per la sua capacità di connettere discipline e visioni. Negli ultimi anni ha ospitato figure iconiche del cinema, riconoscendo nei filmmaker non solo narratori visivi, ma veri e propri progettisti di mondi.


Dopo Tim Burton e Stanley Kubrick, è ora il turno di Wes Anderson, protagonista della mostra Wes Anderson: The Archives, in programma dal 21 novembre 2025 al 26 luglio 2026. Si tratta della prima retrospettiva britannica dedicata al regista texano, realizzata in collaborazione con la Cinémathèque française e con lo stesso Anderson.

L’esposizione offre uno sguardo inedito sull’universo visivo del regista, attraverso oggetti originali provenienti dai suoi archivi: costumi, modelli architettonici, storyboard, polaroid e taccuini. Un’occasione per ripercorrere l’evoluzione del suo cinema dagli esordi, negli anni ’90, fino alle produzioni più recenti: da Bottle Rocket (1996) al cortometraggio di The Wonderful Story of Henry Sugar (2023), premiato con l’Oscar, fino al nuovo titolo di The Phoenician Scheme (2025). Un viaggio nel cuore del suo processo creativo, con particolare attenzione al world-building e alla sinergia con i suoi collaboratori storici.

Da quasi trent’anni, Anderson conserva con cura ogni elemento realizzato per i suoi film, trasformando il gesto del collezionare in una vera pratica curatoriale. Molti dei pezzi esposti erano rimasti in deposito sin dal loro utilizzo sui set.

La sua volontà di costruire mondi cinematografici tangibili si traduce in un’attenzione maniacale al dettaglio: ogni oggetto visibile sullo schermo è concepito come elemento reale, frutto di un processo artigianale seguito personalmente. Anche ciò che appare per pochi istanti è pensato come opera autonoma, con un preciso valore estetico e narrativo.

Questa cura nasce da un episodio emblematico: dopo il suo primo film, Bottle Rocket, Anderson scoprì che tutti gli oggetti erano stati venduti dalla produzione. Da allora, ha scelto di custodire personalmente ogni componente, diventando il curatore del proprio immaginario.

«Ogni film di Wes Anderson – spiega Lucia Savi, co-curatrice della mostra e responsabile della curatela e dell’interpretazione al Design Museum – immerge lo spettatore in un mondo con codici, motivi e riferimenti propri, con scenografie e costumi sontuosi e immediatamente riconoscibili. Ogni singolo oggetto in un film di Wes Anderson è per lui molto personale: non sono semplici contenuti di scena, ma opere d’arte e di design a tutti gli effetti che danno vita ai suoi mondi fantasiosi».


Il percorso espositivo si snoda tra modelli architettonici, pupazzi animati, bozzetti e materiali preparatori, valorizzando tecniche tradizionali come la stop motion e offrendo uno sguardo ravvicinato al lavoro dietro le quinte.


Protagonisti non sono solo gli oggetti finiti, ma anche i materiali in progress, che raccontano il passaggio dall’idea alla realizzazione. «L’intento curatoriale – prosegue Lucia Savi – era quello di trovare un equilibrio delicato tra ciò che si vede nei film e ciò che resta nascosto dietro le quinte».

Tra i pezzi forti spicca il monumentale modello rosa confetto del Grand Budapest Hotel, largo oltre tre metri, utilizzato per riprendere la facciata dell’edificio nel film del 2014. Altri elementi di rilievo includono i distributori automatici di Asteroid City (2023), la pelliccia Fendi indossata da Gwyneth Paltrow nel ruolo di Margot Tenenbaum in The Royal Tenenbaums (2001), e i pupazzi originali in stop motion delle creature marine immaginarie in Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004).

Elemento chiave del metodo Anderson è la collaborazione. In primo piano, i contributi di partner creativi come Adam Stockhausen per le scenografie, Alexandre Desplat per la musica, Andy Gent per l’animazione e Milena Canonero per i costumi. Insieme hanno costruito un linguaggio visivo coerente e riconoscibile. Tra i pezzi più significativi figurano i costumi di Grand Budapest Hotel, firmati dalla costumista italiana e premiati con l’Oscar, e gli outfit completi della crew Zissou.

Wes Anderson: The Archives riflette infine sul rapporto tra cinema e design come pratica progettuale. Attraverso costumi, oggetti di scena e ambientazioni si esplora come l’estetica contribuisca alla definizione dei personaggi e alla costruzione dell’immaginario. Il visitatore è invitato a osservare il film non solo come racconto, ma come sistema visivo complesso, dove ogni dettaglio è parte di un mondo pensato e costruito con precisione.

La mostra è curata da Johanna Agerman Ross e Lucia Savi, sulla base di un concept originale ideato da Matthieu Orléan, mentre l’allestimento è firmato da Ab Rogers Design. L’evento è realizzato con il sostegno degli sponsor principali Canva e W Hotels con il contributo dello sponsor associato Montblanc.

In copertina: Grand Budapest Hotel,  Wes Anderson at the Design Museum  © Matt Alexander/PA Media Assignments 

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