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porte. Vaticano © Adobe Stock

Dal Vaticano a Bari: l’arte come ponte tra giustizia e comunità

Otto istituti interessati dal nuovo progetto “Porte della Speranza”. Mentre a Bari, il Demanio taglia il nastro del Murà a ridosso del futuro Parco della Giustizia


«Non stiamo solo aprendo un varco, stiamo mostrando che un’altra strada è sempre possibile». Queste le parole di Stefano Carmine De Michele, capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia alla presentazione del progetto “Porte della Speranza” tenutosi in Vaticano lo scorso 8 ottobre. L’iniziativa, promossa dalla Fondazione Pontificia Gravissimum Educationis – Dicastero per la cultura e l’educazione della Santa Sede e realizzata dal Comitato Giubileo cultura educazione con Rampello & Partners, propone la creazione di porte monumentali da collocare nelle carceri di otto città italiane come simbolo di rinascita, dialogo e speranza condivisa, in continuità con l’apertura da parte di Papa Francesco della Porta Santa nel carcere di Rebibbia, lo scorso dicembre.

«Portiamo avanti l’apertura di porte come gesti e consapevolezze che possano portare corpo ad una vera pedagogia della speranza», ha affermato il cardinale José Tolentino de Mendonça, presidente della Fondazione Pontificia Gravissimum Educationis e prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione. Un progetto che nasce da «un’esperienza che ha ribadito l’esistenza di una speranza anche per i detenuti», riferendosi al padiglione della Santa Sede alla Biennale 2024, ospitato nel carcere femminile della Giudecca, aggiungendo che «la speranza non è solo un’idea ma qualcosa che si costruisce insieme, anche nelle realtà complicate».

Oltre l’arte, il progetto mira ad una trasformazione reale nel modo in cui la società guarda a chi abita i centri di detenzione. «È un cammino che attraversa simbolicamente le mura del carcere aprendole alla luce del dialogo, del rispetto della dignità umana e della bellezza», ha dichiarato De Michele, sottolineando come il percorso artistico favorisca il reinserimento sociale dei detenuti in quanto «il bello educa ed eleva, apre al bene. Chi partecipa alla costruzione di una cosa bella, si sente finalmente persona attiva, parte di un dialogo, di una speranza».

Le opere d’arte non saranno confinate all’interno degli istituti, ma visibili anche all’esterno, in dialogo diretto con la cittadinanza.

Davide Milani, segretario generale della Fondazione Pontificia Gravissimum Educationis, ha poi evidenziato il forte valore simbolico della porta come possibilità di incontro tra chi è dentro e chi è al di là di questa. «Realizzando queste porte, non intendiamo solo donare dei beni immobili per quanto nobili. Non è solo abbellimento estetico ma sono simboli artistici».

Il curatore Davide Rampello d’altro canto ha sottolineato l’impegno di artisti, artigiani e interpreti culturali che si sono aggiunti a personalità provenienti da vari ambiti del mondo della cultura, per dare forma a questo programma. Le porte saranno collocate in otto carceri italiane – Venezia, Milano, Napoli, Roma, Lecce, Reggio Calabria, Palermo e Brescia – e realizzate sotto la direzione artistica dell’artista Mimmo Paladino, del regista Mario Martone, dell’architetto Stefano Boeri, del designer Fabio Novembre, dello chef Massimo Bottura, dell’astrofisica Ersilia Vaudo, del pittore e scultore Gianni Dessì e del designer e architetto Michele De Lucchi. Le prime due porte verranno completate entro la fine dell’anno giubilare a Milano e Lecce.

Il documentario del regista Francesco Carrieri seguirà l’intero processo creativo, mentre l’Accademia di Brera e la scuola di cucina Alma parteciperanno ai programmi di formazione e inclusione legati al progetto.

Tanti i progetti che intendono utilizzare la creazione artistica come strumento di reinserimento dei detenuti. Tra questi, dal 2002 è attivo il laboratorio “Arte e Natura” presso il carcere minorile di Firenze, condotto da Franca Frigenti ed Elisa Bestetti, che offre ai giovani detenuti uno spazio accogliente per esprimersi creativamente attraverso pittura, artigianato e arteterapia. Le opere realizzate vengono esposte in mostre ed eventi, in un percorso formativo e terapeutico che mira a rafforzare l’autostima e la capacità di relazione. Ancora, a Milano, nel carcere di Opera, il progetto “Superfici dell’Immaginazione”, ha portato alla realizzazione di un murale di 60 metri creato da detenuti a fine pena, guidati dall’artista Carlo Galli e promosso da Artamica APS. L’opera, ispirata all’arte optical, trasforma il tempo sospeso del carcere in un racconto visivo dinamico, simbolo di inclusività e resilienza.

A proposito di arte e giustizia, a Bari è stato inaugurato il progetto di arte partecipata “Murà”, un murales di 300 metri realizzato sul muro perimetrale del futuro Parco della Giustizia sui temi della legalità, dell’ambiente e dell’inclusione sociale. Promosso dall’Agenzia del Demanio, in collaborazione con il Ministero di Giustizia e il Comune di Bari, è una delle opere di street art più significative e partecipate d’Italia, frutto di un percorso che unisce arte, ambiente e comunità. Coinvolti nel progetto anche le associazioni della società civile e gli istituti penitenziari che hanno lavorato al progetto coordinato dalla street artist Chiara Capobianco. Si tratta di un percorso creativo partecipato e intergenerazionale che ha coinvolto in vari laboratori artistici oltre 150 persone di ogni età (dagli 8 ai 91 anni).

In copertina: © Adobe Stock

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