Nei numeri contenuti nel Manifesto di Confindustria la dimensione del fenomeno: 117.793 imprese, 309.613 persone occupate e un fatturato prossimo ai 60 miliardi
Far entrare la cultura stabilmente nell’agenda economica del Paese, considerandola una leva di crescita, innovazione e competitività, con una strategia nazionale. La cultura italiana rivendica il proprio ruolo industriale, produttivo e strategico. È questo il messaggio emerso da “Gli stati industriali della cultura”, convegno promosso da Confindustria Cultura Italia l’11 giugno 2026 a Roma. L’iniziativa ha riunito istituzioni (Aicc, Aie, Anica, Apa, Fimi, Pmi Univideo) e rappresentanti delle filiere culturali attorno a una tesi precisa: libri, cinema, audiovisivo, musica, musei, spettacolo, contenuti digitali e patrimonio non sono comparti marginali o accessori, ma una parte strutturale dell’economia nazionale.
I numeri contenuti nel “Manifesto delle industrie culturali” raccontano la dimensione del fenomeno: 117.793 imprese, 309.613 persone occupate, un fatturato prossimo ai 60 miliardi di euro e oltre 21 miliardi di valore aggiunto.
Sono dati che, secondo Confindustria Cultura Italia, impongono un salto di qualità nelle politiche pubbliche: non più interventi episodici o misure frammentate, ma una vera politica industriale della cultura, strutturata e pluriennale. Il messaggio politico più forte emerso dalla giornata riguarda proprio la richiesta di stabilità. Tax credit, Iva, incentivi, fondi per l’audiovisivo, sostegno alla lettura, internazionalizzazione, accesso a Transizione 5.0, partenariati, formazione e aggiornamento professionale non sono temi separati, ma parti di una stessa agenda: costruire una programmazione di medio-lungo periodo capace di dare continuità agli investimenti e certezza agli operatori.
Come ha sintetizzato Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia, l’obiettivo è superare una visione frammentata dei singoli comparti: «Siamo come una filiera di prodotti culturali diversi». Una filiera che ha bisogno di essere riconosciuta nella sua dimensione complessiva, evitando che ogni settore venga trattato solo attraverso normative speciali o interventi separati. Uno dei passaggi centrali della giornata riguarda il rapporto tra patrimonio culturale, impresa e pubblica amministrazione.
La questione è delicata: gran parte del patrimonio italiano è pubblico, ma la sua valorizzazione richiede competenze gestionali, capacità di investimento, innovazione tecnologica e modelli di fruizione che spesso arrivano anche dal privato. Il nodo non è sostituire il pubblico, ma costruire forme più mature di collaborazione. Il partenariato pubblico-privato, in questo senso, è stato indicato come uno strumento ancora troppo debole, spesso ridotto alla gestione di servizi marginali, quando invece potrebbe diventare una leva di co-progettazione e sviluppo territoriale. La sfida è evidente soprattutto nei luoghi meno frequentati. I grandi attrattori continuano a concentrare una parte rilevante dei flussi, mentre centinaia di siti culturali restano ai margini della fruizione. Per questo il tema della valorizzazione non può essere separato da quello dell’accessibilità, della domanda interna e della costruzione di nuovi pubblici.
Un altro asse forte dell’incontro è stato il legame tra cultura e Made in Italy. Nel “Libro bianco Made in Italy 2030”, il settore artistico e culturale viene inserito tra i comparti strategici accanto ad ambiti come turismo, blue economy, spazio, salute e benessere. La scelta ha un significato politico e industriale: riconoscere che il Made in Italy non è solo produzione materiale, ma anche immaginario, creatività, narrazione, linguaggi e contenuti. La cultura contribuisce a costruire l’attrattività del Paese, alimenta la reputazione internazionale dell’Italia e rafforza la competitività di molte altre filiere. Da qui la richiesta di strumenti specifici per l’internazionalizzazione delle imprese culturali, sul modello di quanto avviene da tempo per altri settori produttivi. La promozione all’estero non riguarda soltanto il prodotto alimentare, il design o la moda, ma anche la musica, l’audiovisivo, l’editoria, i videogame, i format culturali, i cataloghi, i contenuti digitali e le professionalità creative. Lo ha ribadito anche Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, richiamando la necessità di dare maggiore visibilità e sostegno a un comparto che è parte integrante del Made in Italy: «La cultura è un’industria che alimenta altre industrie e altri servizi».
Il confronto tra i diversi comparti ha mostrato quanto la produzione culturale sia interconnessa con il resto dell’economia.
L’audiovisivo, ad esempio, attiva servizi tecnici, post-produzione, logistica, Information and communication technology (Ict), trasporti, ricettività, ristorazione, servizi professionali e attività immobiliari. Il valore non resta dentro il set, ma si diffonde lungo catene di fornitura molto ampie. Lo stesso vale per la musica, che oggi vive tra streaming, live, supporti fisici, vinili, sincronizzazioni, biopic, colonne sonore e mercati globali. Le imprese indipendenti, in particolare, sono state indicate come presidio di ricerca, diversità culturale e sviluppo di nuovi artisti. L’editoria, a sua volta, non è più soltanto il mondo del libro cartaceo: è una filiera connessa alla televisione, ai podcast, al cinema, alla formazione, alla scuola, alle biblioteche e alla produzione di contenuti. Ma resta attraversata da criticità profonde: bassi tassi di lettura, fragilità dei piccoli editori, difficoltà delle librerie indipendenti, divari territoriali, soprattutto nel Mezzogiorno.
L’innovazione tecnologica è stata uno dei temi più ricorrenti. L’intelligenza artificiale viene riconosciuta come opportunità, ma anche come fattore di rischio se non governata con regole chiare. Le imprese culturali non chiedono di fermare la tecnologia. Chiedono trasparenza, tutela del diritto d’autore, contrasto alla pirateria e responsabilità delle piattaforme. Il rischio non riguarda solo la perdita economica, ma la sostenibilità stessa della creatività professionale. La richiesta emersa è stata: applicare le norme esistenti, rafforzare l’enforcement, favorire accordi tra piattaforme e titolari dei diritti, rendere riconoscibili i contenuti generati artificialmente. L’Ai può diventare uno strumento di innovazione per la produzione, l’organizzazione e la distribuzione culturale, ma non può trasformarsi in un meccanismo di estrazione gratuita del valore creativo.
Il rapporto tra cultura e turismo, infine, è stato indicato come uno dei principali terreni di sviluppo. I due settori non vanno letti in concorrenza, né come comparti separati che si contendono l’indotto. Al contrario, generano valore proprio quando lavorano insieme. La cultura dà qualità all’offerta turistica, mentre il turismo amplia i pubblici, apre mercati, porta visitatori nei territori e può contribuire alla sostenibilità economica dei luoghi culturali. Ma perché questa relazione funzioni occorrono strategie coordinate: promozione integrata, infrastrutture, percorsi territoriali, valorizzazione dei siti minori, turismo culturale e industriale, coinvolgimento delle imprese.



