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Guerra Ucraina © Adobe Stock

Dalla guerra in Ucraina alla crisi dell’Occidente: i nuovi equilibri del mondo

Lo sguardo di Lucio Caracciolo sulle dinamiche geopolitiche internazionali


La pace è finita o non è mai esistita. E non è solo retorica, bensì una constatazione necessaria per saper leggere il presente. Nel cuore di un’Europa che credeva di essersi lasciata alle spalle i suoi momenti più bui, Lucio Caracciolo, fondatore di Limes, recentemente intervenuto a un evento del Consiglio nazionale degli ingegneri, ha fatto riferimento ad un mare increspato sul quale l’Unione si sta pian piano abissando.

La schiuma – così definita dal giornalista – rappresenta in senso metaforico la dimensione superficiale dei fenomeni geopolitici e storici, riferendosi a ciò che appare in primo piano: le crisi del momento, le dichiarazioni dei leader, le guerre in corso, le tensioni evidenti che riempiono i titoli dei giornali. Tuttavia, proprio come la schiuma sul mare, questi elementi sono solo il risultato visibile e instabile di processi molto più profondi e strutturali. Limitarsi alla schiuma significa dunque fermarsi all’apparenza, senza indagare le cause storiche, strategiche ed economiche che alimentano i conflitti e le dinamiche internazionali.


Nel suo approccio, Caracciolo invita a guardare sotto la superficie, a non lasciarsi distrarre dalla turbolenza visibile, per comprendere ciò che realmente muove gli equilibri globali: gli interessi nazionali, le fratture geopolitiche, le eredità del passato e le trasformazioni di lungo periodo


E tra i luoghi dove questa vulnerabilità si manifesta con maggiore intensità, l’Ucraina occupa oggi un posto centrale. La guerra non ha soltanto stravolto le mappe geopolitiche: ha costretto una nazione a ridefinirsi, dice il giornalista. «Paradossalmente, è proprio l’invasione russa ad aver rafforzato il nazionalismo ucraino, rendendo coeso un Paese da sempre composito», spiega il geopolitico. Ma dietro lo scontro militare, si celano vecchi antagonismi, mai superati.

Le radici dell’attuale conflitto affondano fino alla Prima guerra mondiale, passando per i disegni di Lenin e le ambiguità della dissoluzione dell’Urss. Ogni linea di confine è oggi una cicatrice. Dalla prospettiva russa, l’Ucraina non è una periferia: è una parte “di casa”, una fascia di sicurezza, un’area da sempre percepita come cuscinetto contro l’Occidente.

Ma questa visione, comprensibile in chiave strategica, è inaccettabile per Kiev. Per Caracciolo, a complicare il quadro, c’è il paradosso della Nato: «L’alleanza difensiva che, con la sua espansione post-sovietica, ha alimentato in Russia un senso di accerchiamento. Putin, che nei primi anni Duemila guardava all’Occidente con sincera apertura, si ritrova oggi costretto a stringere un’alleanza pragmatica con la Cina, la civiltà più distante, culturalmente e storicamente, dalla Russia».

Nel mezzo, c’è l’Europa. Non un soggetto geopolitico, ma un insieme di memorie e identità divise. Ventisette Stati, ognuno con la propria narrazione, spesso incapaci di convergere su una visione condivisa. L’Unione europea resta un colosso economico, ma senza un’unica voce in politica estera.

E senza una vera opinione pubblica comune. «Abbiamo smarrito la storia, e con essa, la consapevolezza di ciò che siamo. Le cattedre universitarie si svuotano, la memoria collettiva si assottiglia, la retorica identitaria si polarizza. I simboli restano, ma svuotati: paramenti che rimandano a un passato imperiale che non corrisponde più alla nostra realtà», sottolinea Caracciolo.


Da un lato un’Europa esitante, dall’altro un’America smarrita, in preda a una crisi d’identità senza precedenti


Secondo il giornalista si tratta di una frattura non solo politica, ma antropologica: «La distanza tra democratici e repubblicani è diventata una voragine sociale. Una nazione che non si riconosce più in sé stessa fatica a proiettare leadership nel mondo». In questo scenario, la priorità americana è duplice: rimettere ordine interno e contenere la Cina.

L’Europa? Un problema secondario. «Il rischio è che Washington decida di abbandonare progressivamente il continente, lasciandolo a sé stesso con una Nato allargata ma sempre più fragile, in cui la garanzia dell’articolo cinque appare oggi più simbolica che concreta», aggiunge. Lo scenario globale non è apocalittico, ma è profondamente instabile. I conflitti si moltiplicano, soprattutto nelle periferie del mondo: Africa, Medio Oriente, Sud-Est asiatico. Le regole sembrano saltate, la politica internazionale è sempre meno prevedibile. Ma un punto fermo resta: nessuno dei grandi attori come Stati Uniti, Cina, Russia vuole uno scontro diretto. Sarebbe l’ultima guerra.

E allora? «Allora serve lucidità. Evitare visioni deterministiche, riconoscere i paradossi, coltivare consapevolezza storica. Perché se la pace è finita, non significa che la guerra debba essere l’unica alternativa», conclude Caracciolo.

In copertina: © Adobe Stock

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