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Chi decide il futuro della Terra nell’era dell’innovazione? Economia, tecnologia e politica sotto pressione

Dalla promessa dell’AI alla crisi della democrazia, passando per disuguaglianze ed esclusione, emerge una domanda centrale


Cosa c’è oltre il capitalismo? E soprattutto: chi decide il futuro della Terra? Sono queste le due domande che oggi attraversano — e mettono in tensione — il dibattito sull’innovazione, spingendolo oltre la dimensione tecnica per riportarlo su un terreno più ampio, fatto di responsabilità, visioni e orizzonti di lungo periodo. È da qui che prende forma la riflessione proposta da “I have a Dream. L’innovazione armonica come paradigma di una sostenibilità integrale”, incontro dell’Impatta Disrupt Festival ospitato alla Casa del Cinema a Roma, e moderato da Pierluigi Sassi e Luca De Biase, dove il confronto non si è concentrato sulle soluzioni, ma sulle premesse che le rendono possibili.

La domanda “Cosa c’è oltre il capitalismo?” parte da un presupposto che merita di essere messo in discussione: l’idea che il capitalismo sia un sistema in crisi. Più che in crisi, dalle parole di Fabio Pompei, ceo Deloitte Italia, appare come un sistema in trasformazione, capace di adattarsi anche a shock profondi. «La nostra capacità di resilienza oggi è incomparabile rispetto al passato», osserva, sottolineando come le imprese italiane, pur nella loro dimensione ridotta, abbiano sviluppato negli ultimi anni una maggiore capacità di reazione, diventando più digitali, più internazionali e più flessibili.


Lettura che introduce una tensione: la resilienza viene spesso confusa con sostenibilità. Essere capaci di adattarsi non significa necessariamente essere in grado di governare il cambiamento.


Lo stesso Pompei individua alcune fragilità strutturali in particolare sul fronte delle competenze e degli investimenti tecnologici. L’intelligenza artificiale rappresenta un punto di discontinuità senza precedenti, non solo per la velocità con cui evolve ma per la sua capacità di attraversare tutti i settori. «È qualcosa che non ha precedenti» sottolinea, evidenziando come il vero nodo non sia tanto l’adozione della tecnologia, quanto la capacità di comprenderla e integrarla.

Su questo punto emerge una delle assunzioni implicite più diffuse: che l’innovazione tecnologica sia di per sé un fattore positivo. Pompei introduce una visione più articolata, suggerendo che l’AI potrebbe compensare un problema demografico imminente, colmando la carenza di forza lavoro nei prossimi decenni. Ma questa prospettiva apre un’altra questione: si tratta davvero di una soluzione o di un adattamento a una criticità non risolta? In altre parole, l’innovazione sta rispondendo a bisogni reali o sta semplicemente evitando di affrontarli?

Su questo terreno che si inserisce l’intervento di Pasqualino Scaramuzzino, presidente Harmonica Innovation Group che sposta il discorso dal “come funziona” al “perché esiste” il sistema economico. Il suo approccio non è quello di superare il capitalismo, ma di trasformarlo. «Non siamo per rivoluzionare l’esistente, siamo per trasformarlo in meglio», afferma, introducendo il paradigma dell’innovazione armonica.


Il punto centrale è la redistribuzione del valore: non solo economico, ma sociale e culturale. In un sistema tradizionale, i benefici dell’innovazione restano all’interno dell’impresa o della rete di imprese; nell’innovazione armonica, invece, dovrebbero diffondersi all’esterno, generando impatti più ampi.


È una visione che prova a scardinare la logica estrattiva del capitalismo senza rinunciarvi completamente. Ancora più radicale è il tema del tempo. Scaramuzzino parla di «piani strategici a 400 anni» introducendo una prospettiva che entra in contrasto diretto con la logica finanziaria contemporanea, fondata su orizzonti sempre più brevi. Qui emerge un punto critico: è possibile pensare il lungo periodo all’interno di un sistema che premia il breve termine? Oppure si tratta di una visione che rischia di rimanere confinata ad esperienze isolate, incapaci di incidere su scala più ampia?


La stessa tensione tra visione e realtà emerge nell’intervento di Ettore Prandini, presidente Coldiretti, che riporta il discorso su un terreno più concreto: quello dell’agricoltura. Qui l’innovazione non è un’ipotesi, ma una pratica già in atto, fatta di investimenti, tecnologie e gestione dei dati.


Negli ultimi anni, il settore ha investito miliardi in innovazione, sviluppando sistemi avanzati di sensoristica, utilizzo dei droni e ottimizzazione delle risorse. Eppure, anche in questo caso, l’innovazione non è neutrale. Prandini introduce un elemento spesso trascurato nel dibattito tecnologico: la dimensione materiale. «Senza acqua non sarà possibile utilizzare né dati né intelligenza artificiale», afferma, ricordando che ogni infrastruttura digitale ha un costo fisico, energetico e ambientale.

Questo passaggio mette in discussione un’altra convinzione diffusa: che la transizione digitale e quella ecologica possano procedere in modo lineare e compatibile. In realtà, le due dimensioni sono spesso in tensione, e richiedono scelte politiche e strategiche che vanno ben oltre l’innovazione tecnologica. Prandini sottolinea anche la necessità di recuperare una visione di lungo periodo, soprattutto a livello europeo, dove la mancanza di pianificazione ha portato a una crescente dipendenza da filiere esterne. In questo contesto, l’agricoltura torna ad essere un asset strategico, non solo economico ma geopolitico.

Se il primo panel si muove tra possibilità e contraddizioni, il secondo dal titolo “Chi decide il futuro della Terra” introduce una discontinuità netta, spostando il focus dalla produzione di valore alla sua governance. L’intervista a Ezio Mauro, giornalista e saggista, apre una riflessione sulla trasformazione della democrazia contemporanea, mettendo in discussione l’idea stessa che il futuro possa essere deciso collettivamente.

Mauro descrive un cambiamento profondo nel rapporto tra potere e istituzioni. Non si tratta solo di una crisi della democrazia, ma di una sua ridefinizione. «Ci viene detto che la democrazia è lenta, costosa, inadatta al tempo presente», osserva, evidenziando come questa narrazione stia guadagnando consenso in un contesto segnato da accelerazioni tecnologiche e instabilità globale. Il punto più critico è il rapporto con il limite. La democrazia si fonda su un sistema di bilanciamenti e controlli che impediscono la concentrazione del potere. Ma in una fase in cui si richiedono decisioni rapide ed efficaci, questi stessi meccanismi vengono percepiti come ostacoli. Da qui il rischio di una progressiva delegittimazione delle istituzioni democratiche.

Un altro elemento centrale riguarda il ruolo dell’opinione pubblica. Se il potere si ridefinisce, anche i cittadini cambiano posizione all’interno del sistema. «Il cittadino non si sente più in grado di incidere realmente», sottolinea Mauro, descrivendo una condizione di crescente disintermediazione e sfiducia. Questo passaggio mette in luce una contraddizione strutturale: mentre aumentano le possibilità di accesso all’informazione, diminuisce la capacità di orientarsi e di partecipare in modo consapevole.


La formazione dell’opinione pubblica è sempre più mediata da piattaforme e algoritmi, che ridefiniscono le modalità di costruzione del consenso.


A questo si aggiunge una crisi più profonda, legata alle disuguaglianze. Mauro distingue tra disuguaglianza ed esclusione: la prima può essere gestita all’interno del sistema democratico, la seconda lo mette in discussione. Quando una parte della popolazione si sente fuori dal perimetro della rappresentanza, la democrazia perde la sua legittimità. In questo scenario, la sfiducia nelle istituzioni si estende anche al sapere, percepito come uno strumento di potere piuttosto che come una risorsa condivisa.

Cosa resta quindi dell’innovazione se si mettono in discussione le sue promesse? Tra trasformazione del capitalismo, ambiguità tecnologiche, tensioni tra digitale ed ecologico e crisi della democrazia, emerge un nodo comune: non è più il “come” innovare, ma il “perché” e soprattutto il “chi decide” a definire le traiettorie del futuro.

In copertina: © Impatta Disrupt – Casa del Cinema

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